“Decabonizzare la City”
- direzione167
- 5 giu 2022
- Tempo di lettura: 2 min
VERTICE COP26/IL GOVERNO CHIEDE SOLDI AI PRIVATI E IMPONE EMISSIONI 0

di Alessandro Lorgoscino
LONDRA. Non solo il coinvolgimento “vitale” dei privati sul terreno degli investimenti da migliaia di miliardari annui indispensabili - in aggiunta a enormi risorse pubbliche - per favorire la transizione verso un’economia globale più sostenibile. Nella partita contro i cambiamenti climatici al mondo del business viene chiesto anche di depurarsi, di garantire esso stesso un progressivo azzeramento delle emissioni nocive, oltre che di fare marcia indietro sui finanziamenti tuttora pompati verso l’industria degli idrocarburi o altre attività inquinanti: sono le linee guida rispetto alle quali il governo Tory britannico di Boris Johnson, in veste di presidente della conferenza Onu sul clima CoP26 in corso fra mille incognite a Glasgow, mostra di voler dare l’esempio, con l’annuncio d’un percorso a tappe forzate (sulla carta) per “decarbonizzare” la City di Londra, tempio mondiale del denaro per antonomasia. Un piano ad hoc è stato pubblicato ieri nei dettagli e illustrato da Rishi Sunak, cancelliere dello Scacchiere e super ministro economico del gabinetto Johnson, di fronte ai delegati della CoP riuniti in Scozia per la terza giornata di lavori dopo la conclusione (interlocutoria) del vertice introduttivo dei leader. In base a questo provvedimento, i big della finanza dovranno affidare ai loro manager e ai loro azionisti la definizione di road map concrete per adeguarsi al target della neutralità climatica entro il 2050. Saranno liberi di dosare passi e priorità, ma “obbligati” a farlo in forma “trasparente” e con la prospettiva di “risponderne” già a partire dal 2023 a una commissione indipendente di esperti. I piani dovranno essere “realistici”, ha assicurato il cancelliere, rimarcando la volontà di far sì che la City diventi, né più né meno, “il primo hub finanziario del globo a emissioni zero”. Sunak ha osservato del resto come 450 fra grandi società e banche detentrici del 40% di tutti gli asset del pianeta (pari grossomodo alla cifra siderale di 130.000 miliardi di dollari) si siano già impegnate, su spinta di un’iniziativa promossa dall’inviato Onu per il clima ed ex numero uno della Bank of England, Mark Carney, a far la loro parte per contenere il surriscaldamento della Terra entro il cruciale limite di 1,5 gradi oltre la media delle temperature dell’era pre industriale fissato sin dalle intese di Parigi del 2015, ma tuttora a rischio: con la promessa di annientare le rispettive emissioni nocive non più tardi del 2050 e di tagliarle in misura rilevante dal 2030. Impegni considerati tuttavia alla stregua di pannicelli caldi, o poco più, da numerosi militanti ambientalisti: tanto in relazione alla realtà finanziaria d’oltre Manica quanto a quella mondiale in genere. “La CoP richiede una vera azione di trasformazione nel settore finanziario, ma da Rishi Sunak è arrivato un altro slogan da marketing”, ha tuonato fra gli altri Charlie Kronick, dirigente di Greenpeace, diffidente sui meccanismi di controllo a posteriori previsti dal modello britannico per valutare la credibilità delle misure che banchieri e soci riterranno di auto imporsi. “I percorsi di transizione (verso le emissioni zero) - ha rincarato - dovrebbero fondarsi genuinamente su quanto indica la scienza. Non certo essere determinati da ciò che i soggetti interessati valutano come le loro migliori pratiche in un dato momento”: e le più convenienti.
















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