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Letta spinge sulla federazione

IL DOPO ELEZIONI/LA LEGGE ELETTORALE NON ALL’ORDINE DEL GIORNO, MA C’È IL COLLE



di Giampaolo Grassi

ROMA. Con le gambe rafforzate dalla tornata delle comunali, Enrico Letta si dedica alla costruzione di una federazione, o coalizione che dir si voglia, di centrosinistra. Il riferimento è quell’Ulivo evocato simbolicamente alla festa di piazza Santi Apostoli, dopo la vittoria di Roberto Gualtieri a Roma. L’obiettivo è mettere insieme uno schieramento che va da Carlo Calenda e Italia Viva fino al Movimento 5 stelle. Per questo Letta si sente un po’ come Tom Cruise. Lo cita proprio: “Siamo per le sfide impossibili, il nostro mantra è questo qua”. Da qua a fine anno la coalizione avrà come campo di rodaggio le Agorà, che puntano ad aprire occasioni di confronto con tutte quelle formazioni, politiche e non, che si sentono a loro agio nel centrosinistra. Ma se il dialogo con Leu o con realtà dall’anima ambientalista appare più agevole, il difficile arriva, per esempio, con Calenda. “La lettura di queste ore del Pd ‘si vince mettendo tutto insieme da Conte a Calenda’ non mi convince affatto - ha detto il leader di Azione - Il dato delle elezioni è la scomparsa politica del M5S e la sconfitta della destra sovranista”. Un’uscita che nel Pd è stata giudicata stonata. E’ indubbio che riuscire a costruire un blocco, a farsi promotore e ‘condottiero’ di uno schieramento, metterebbe Letta in una condizione di maggiore forza contrattuale anche al momento della scelta del nuovo inquilino al Quirinale. Lo scenario, al momento, è piuttosto prematuro. Prima di tutto c’è da capire quanto potrà crescere l’ipotesi che a salire al Colle sia l’attuale presidente del consiglio, Mario Draghi. Letta dichiara un giorno sì e l’altro pure che lui lo vuole a palazzo Chigi fino al 2023. Ma da qua a febbraio gli equilibri della politica potrebbero prendere pieghe improvvise. Per esempio, il centrodestra deve ancora metabolizzare il risultato delle comunali. E la strategia del centrosinistra non può prescindere dalle mosse di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. In ogni caso, se Draghi rimanesse presidente del consiglio, al momento della scelta del successore di Sergio Mattarella, potrebbero presentarsi due schieramenti - centrodestra e centrosinistra - incapaci di prevalere l’uno sull’altro. Senza considerare l’ipotesi della nascita di un blocco di centro, che spariglierebbe. A quel punto, la scelta del nuovo presidente della Repubblica arriverebbe dopo il terzo scrutinio, quando è sufficiente la maggioranza assoluta. E là la partita potrebbe farsi più larga. La ricerca di nuovi schemi, ipotizzano fonti dem, potrebbe aprire a un ragionamento sulla legge elettorale, con l’obiettivo di conquistare alla propria causa qualche anima dello schieramento opposto. A marzo, Letta ha esordito al Nazareno chiedendo un ritorno al maggioritario e al Mattarellum, ma dentro il Pd sono forti le spinte al proporzionale. Le formule si sprecano. C’è quello con soglia di sbarramento alta. O quello con premio di maggioranza, che di fatto si avvicinerebbe a una forma maggioritaria. Fra i parlamentari del Pd c’è chi non esclude che, in quel contesto, Letta possa aprire a una revisione del Rosatellum in un’ottica proporzionale, ma solo se avesse una buona quota di certezza di arrivare a un risultato, di non perdersi nel pantano. Ma sono conti senza l’oste. Al Nazareno, la legge elettorale non è considerato un tema all’ordine del giorno. Certo, le porte del confronto non sono mai chiuse, ma Letta ha detto spesso di ritenere che sia difficile cambiarla in questa legislatura.

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