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Washington piange, Pechino ride

KABUL/PER LA CINA IL CROLLO AFGHANO È LA PROVA DELL’ARROGANZA USA. E ORA XI PREME SU TAIWAN



di Antonio Fatiguso

PECHINO. La caduta degli Stati Uniti in Afghanistan ha visto la Cina sparare ad alzo zero contro l'"arroganza americana" e la debolezza dell'Occidente, utili per veicolare un messaggio a Taiwan. "Gli Usa non correranno in soccorso dell'isola in caso di conflitto intra-stretto", ha scritto il Global Times in un editoriale al veleno rivolto alla provincia 'ribelle’. "L'ultimo crepuscolo dell'impero", ha sottolineato l'agenzia Xinhua, mentre sempre il tabloid nazionalista Global Times ha rispolverato la definizione sugli Usa, radicata nella leadership comunista, di "tigre di carta" per l'incapacità di Washington di mordere seriamente. "Morte, spargimento di sangue e tragedia umanitaria è ciò che gli Usa hanno davvero lasciato in Afghanistan", ha sentenziato il Quotidiano del Popolo, la 'voce’ del Partito comunista. Il ritorno al potere dei talebani, tuttavia, non è una vittoria per Pechino che rischia di dover affrontare la minaccia dell'estremismo alle frontiere occidentali, in aggiunta a un esercito americano non più impantanato dalla "guerra al terrore" e capace di organizzarsi in Asia per la rivalità di lungo termine con la Cina. La priorità di Pechino, come confermato da fonti autorevoli, è di avere, prima di qualsiasi ulteriore passo, la certezza che l'Afghanistan non sia terreno fertile di estremismo e sigle terroristiche che possano rinfocolare le tensioni regionali e nello Xinjiang, la provincia di nordovest con una forte minoranza musulmana, in prevalenza uigura, verso cui il governo cinese ha varato politiche di repressione, secondo le denunce dei Paesi occidentali e dei gruppi di attivisti dei diritti umani. Al mullah Abdul Ghani Baradar, il vice leader dei talebani accolto calorosamente a fine luglio a Tianjin, il ministro degli Esteri Wang Yi non aveva fatto altro che chiedere rassicurazioni in tal senso. "Non permetteremo mai ad alcuna forza di usare il territorio dell'Afghanistan per fare cose che mettano in pericolo la Cina", aveva affermato a fine incontro Baradar, nel resoconto del ministero degli Esteri cinese, rilevando di sperare una maggiore partecipazione di Pechino "al processo di ricostruzione della pace in Afghanistan", alla ricostruzione e allo sviluppo economico afghano. Oltre a "una struttura aperta e inclusiva", la Cina si aspetta che i talebani "attuino una politica interna ed estera moderata e stabile", ha rincarato nel briefing quotidiano il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, in merito alla prima conferenza stampa tenuta martedì a Kabul dai talebani. "Allo stesso tempo, Pechino si aspetta - ha ribadito Zhao - la repressione risoluta di tutti i tipi di forze terroristiche, incluso 'il Movimento islamico del Turkestan orientalè", accusato di aver promosso in passato attentati in Cina. I timori sull'estremismo si sono rafforzati dopo l'attacco di luglio a un autobus che trasportava lavoratori cinesi in Pakistan, uccidendone nove, attribuito ad assalitori che operano dall'interno dell'Afghanistan. Sulla convinzione che la disfatta contro i talebani abbia indebolito il prestigio americano, la Cina ha rincarato il pressing su Taipei: martedì ha tenuto nuove manovre militari nello Stretto di Taiwan, inviando 11 aerei da guerra a violare lo spazio di identificazione dell'isola.

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