30 anni senza Sergio Leone
- Redazione
- 1 mag 2019
- Tempo di lettura: 2 min
CINEMA/L’ANARCHICO DIVENTATO CLASSICO. UNA TARGA A ROMA E A DICEMBRE UNA MOSTRA

di Giorgio Gosetti
ROMA. Leggere oggi sui dizionari di cine- ma di tutto il mondo che Sergio Leone è
unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi autori nella storia del cinema fa
perfino sorridere ricordando diffidenze, ostracismi, superficialità dei giudizi che han-
no accompagnato la sua carriera, almeno fino all’ultimo film, “C’era una volta in Ame-
rica” del 1984. Sergio se ne è andato il 30 aprile del 1989, mentre preparava il colossal
che idealmente avrebbe aperto una nuova
stagione della sua opera, il racconto del-
l’assedio di Leningrado cui per anni ha cercato di rimettere mano, come esplicito omaggio al maestro, Giuseppe Tornatore. Oggi la città di Roma lo ricorderà con una sobria
cerimonia a Viale Glorioso, tra Trastevere e Monteverde, dove una targa ricorda l’ulti-
mo “imperatore” romano. A 18 anni spunta una particina in “Ladri di biciclette” ma il
mondo sognato dal ragazzo ha già i confini sterminati del West, sui pratoni romani vede
cavalcare Tom Mix e nel sangue gli scorre la passione per un cinema epico e molto
lontano dal neorealismo, nonostante l’attenzione al reale resti per lui un obbligo mo-
rale. Dopo aver lavorato sui set di “Quovadis?” e “Ben Hur” assisterà Mario Bon-
nard come regista della seconda unità in “Gli ultimi giorni di Pompei”. È il passo de-
cisivo e due anni dopo, nel 1961, si vede proporre la regia per un colossal “peplum”
da girare con basso budget e attori rimediati all’ultimo momento. Usando uno stile in
cui lo spartito popolare dell’epoca si mischia a una diversa satira sui luoghi comu-
ni del genere, Leone firma il suo esordioufficiale con “Il colosso di Rodi”. Il buon
risultato al botteghino non ingannò il giovane regista che sentiva come il filone co-
siddetto dei “sandaloni” fosse ormai prossimo alla fine e usò il credito ottenuto dai
produttori per virare verso un genere diverso, il western all’europea, fino ad allora
praticato solo dal cinema tedesco. Esterni in Almeria (dove la coproduzio- ne era favorita), interni a Cinecittà e nella campagna romana furono cornice a “Per
un pugno di dollari” (1964) con Gian Maria Volontè. Il resto è storia e mitologia perso-
nale. Nonostante la sfiducia che circondava il film, questo esplose invece come una
bomba inattesa, incassi monstre e vendite in tutto il mondo, Asia compresa. Sergio Leone cavalca allora l’onda del successo ma lo fa a modo suo inventando l’ormai
celebre “Trilogia del dollaro” che dopo “Per qualche dollaro in più” lo porta a girare in
America con capitali e star americane “
















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