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Bce/Barra diritta sul Qe, il dubbio è l’euro forte

  • 4 ago 2017
  • Tempo di lettura: 2 min


ROMA. La ripresa nell'Eurozona corre e potrebbe persino essere "più vigorosa delle attese" e il contesto globale è favorevo- le: sarebbe sufficiente perché la Bce iniziasse a ragionare sul rientro del quantitative easing. Invece l'Eurotower promette di proseguire, con un'inflazione ancora debole. L'Italia, comunque, non vede l'ipotesi di uno spread alle stelle con la fine degli acquisti: ‘’È uno scenario irrealistico, non c'è più il rischio crescita nè il rischio banche. Lo stesso spread riflette più fiducia sull'Italia’‘, ha detto il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. All'orizzonte, invece, si staglia l'effetto dell'euro forte che rischia di dare una sforbiciata all'inflazione. Nel giorno in cui la Bank of England taglia le stime sul Pil britannico (1,7% e 1,6% nel 2017 e 2018) e lascia i tassi fermi allo 0,25%, il bollettino economico della Bce fotografa una "ripresa robusta e generalizzata". Gli indici dei direttori acquisti delle imprese (Pmi) pubblicati oggi segnalano a luglio un balzo dell'attività Italia, a 56,2 da 54,5 di giugno. E per la prima volta in 12 una Germania che fa peggio della media dell'Eurozona situandosi ai minimi di 10 mesi: l'indice complessivo dell'Eurozona segna 55,7 da 55,8, la Germania 54,7 da 55,1, la Francia 55,6 da 55,7. Un rallentamento temporaneo secondo gran parte degli esperti. Ma la Bce si sofferma su un'inflazione che, all'1,3% contro un obiettivo vicino al 2%, "non è ancora vigorosa". E accanto alla possibilità che l'Eurozona faccia meglio del previsto ci sono "fattori di carattere globale" che potrebbero remare in senso contrario. Un'espressione con cui la Bce si riferisce generalmente ai rischi geopolitici, alla possibilità di un intensificarsi delle ostilità commerciali. Ma nello scenario rischiano di entrare anche i tassi di cambio: di fronte alle incertezze della Fed, piuttosto riluttante a fare da capofila nella stretta monetaria, l'euro si è apprezzato del 12% da inizio anno e continua a correre, ormai a un passo da 1,20 dollari. Farà piacere a Donald Trump, che con l'attuale stallo delle misure protezionistiche annunciate rischia di dover contare su una svalutazione del dollaro per sostenere l'industria. Ma per la Bce è un problema: economisti come Frederik Ducrozet (Pictet) segnalano un cambio medio ponderato dell'euro più alto del 5% rispetto alle stime della Bce di giugno. Che a parità di fattori si traduce in una sforbiciata di 0,25 punti percentuali su previsioni d'inflazione già piuttosto fiacche (1,6% solo nel 2019). Se l'euro continuerà a correre, togliendo forza all'export e all'inflazione importata, potrebbe traballare lo scenario di un taglio del Qe a 40 miliardi al mese (dagli attuali 60) a partire dal 2018. E così la Bce, dopo che Draghi aveva aperto a una rivisitazione del Qe facendo poi una sorta di marcia indietro (negando che sia fissata una data per tale revisione), si tiene le mani libere e prende tempo: gli acquisti di titoli proseguono finché non ci sarà "un aggiustamento durevole dell'evoluzione dei prezzi coerenti con il proprio obiettivo d'inflazione". E l'annuncio di tale rivisitazione, dato per scontato per settembre, probabilmente slitterà al mese successivo.


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