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Becoming di Michelle Obama 



LIBRI/L’EX FIRST LADY SI RACCONTA NEL PROLOGO IN ANTEPRIMA PUBBLICATO DA GARZANTI

ROMA. “Per otto anni ho vissuto alla Casa Bianca, un posto con più scale di quante ne possa contare, oltre ad ascensori, una pista da bowling e un fioraio interno. Dormivo in un letto con lenzuola italiane. I nostri pasti erano preparati da una brigata di chef di livello internazionale e serviti da camerieri più preparati di quelli di qualunque ristorante o hotel di lusso. Fuori dalle nostre porte stazionavano agenti dei Servizi segreti con pistole, auricolari e visi programmaticamente impassibili, che facevano del loro meglio per non invadere la vita privata della nostra famiglia. Alla fine ci siamo abituati, più o meno, alla strana grandeur della nostra nuova casa e alla costante, silenziosa presenza di estranei. La Casa Bianca è il luogo dove le nostre due bambine giocavano a palla nei corridoi e si arrampicavano sugli alberi del Prato meridionale. Dove Barack si fermava fino a tardi nella Sala del Trat- tato a studiare relazioni e bozze di discorsi, e dove Sunny, uno dei nostri cani, ogni tanto la faceva sul tappeto. Dal balcone Truman del secondo piano potevo vedere i turisti in posa con le loro aste per selfie mentre sbirciavano attraverso la cancellata di ferro cercando di indovinare cosa succedesse all’interno. C’erano giorni in cui mi sembrava di soffocare perché le nostre finestre dove- vano rimanere chiuse per motivi di sicurezza e non potevo far entrare un po’ di aria fresca senza suscitare scompiglio. Altri in cui restavo incantata davanti alle magnolie in fiore, all’animazione quotidiana delle persone intente agli affari di governo, alla solennità di un saluto militare. C’erano giorni, settimane e mesi in cui odiavo la politica. E momenti in cui ero talmente sopraffatta dalla bellezza del mio Paese e della sua gente da restare senza parole. Poi è finita. Anche se te lo aspetti, anche se le ultime settimane sono un susseguirsi di addii emozionanti, quel giorno resta un ricordo sfocato. Una mano posata su una Bibbia; il ripetersi di un giuramento. I mobili di un presidente vengono portati fuori mentre arrivano quelli di un altro. Gli armadi si svuotano e si riempiono di nuovo nel giro di poche ore. All’improvviso nuove teste si posano su nuovi cuscini: nuovi caratteri, nuovi sogni.

E quando finisce, quando esci per l’ultima volta dalla porta dell’edificio più famoso del mondo, sotto molti aspetti devi ritrovare te stesso. Perciò lasciate che cominci da qui, da un episodio insignificante accaduto non molto tempo fa. Ero a casa, nella villa di mattoni rossi in cui la mia famiglia si è trasferita di recente. Il nostro nuovo indirizzo è a poco più di tre chilometri dal vecchio, in una tranquilla via residenziale. Non ci siamo ancora del tutto sistemati. In soggiorno, i mobili sono disposti come alla Casa Bianca. In giro per casa abbiamo oggetti che ci ricordano che è tutto vero: foto di noi a Camp David, vasi fatti a mano da alcuni studenti nativi americani, un libro autografato da Nelson Mandela. La cosa strana era essere sola. Barack in viaggio, Sasha con gli amici, Malia a New York, dove vive e lavora, alla fine del suo anno sabbatico prima del college. C’eravamo solo io, i nostri due cani e una casa vuota e silenziosa come non capitava da otto anni. Ed ero affamata. Sono scesa dalla nostra camera da letto fino in cucina con i due cani alle calcagna. Una volta lì, ho aperto il frigorifero. Ho trovato del pane, ne ho tagliate due fette e le ho infilate nel tostapane. Ho aperto un armadietto e ho tirato fuori un piatto. So che è strano da dire, ma prendere un piatto in cucina senza che nessuno insista a farlo per me, starmene lì a guardare il pane abbrustolire è la cosa che più di ogni altra mi dà la sensazione di un ritorno alla mia vecchia vita. O forse è il primo passo nella nuova. Alla fine non ho solo tostato il pane: ho preparato un toast al formaggio, spostando le mie fette nel microonde e facendo sciogliere un grosso grasso pezzo di cheddar. Poi ho portato il piatto fuori, nel giardino sul retro della casa. Non ero tenuta a dire a nessuno che stavo uscendo. Sono uscita e basta. Ero scalza e indossavo un paio di calzoncini. Il freddo dell’inverno si era stem- perato e nelle aiuole lungo il muro cominciavano a spuntare i crochi. Nell’aria si sentiva il profumo della primavera. Mi sono seduta sui gradini della veranda: sotto i piedi avvertivo ancora il calore del sole catturato dall’ardesia del pavimento. Da qualche parte, in lontananza, un cane si è messo ad abbaiare e i miei due si sono fermati ad ascoltare, con un’aria confusa. Mi sono resa conto che quel suono li faceva sobbalzare perché alla Casa Bianca non avevamo vicini, e tanto meno cani dei vicini. Per loro era tutto nuovo. Mentre i cani esploravano il perimetro del prato, ho mangiato il mio toast al buio, assaporando la bellezza della solitudine. Non pensavo alle guardie armate che si trovavano a meno di un centinaio di metri di distanza, nel posto di comando costruito su misura all’interno del nostro garage, o al fatto di non poter ancora camminare per la strada senza scorta. Non pensavo al nuovo presidente né, se è per questo, a quello vecchio. Pensavo invece che di lì a qualche minuto sarei rientrata in casa, avrei lavato il piatto nel lavello e sarei andata a letto, magari aprendo una finestra per sentire l’aria di primavera: che cosa meravigliosa! Pensavo anche che quel silenzio mi offriva una prima vera opportunità di riflettere. Da first lady quando arrivavo alla fine di una settimana impegnativa dovevano ricordarmi come era cominciata. Ora invece il tempo inizia a sembrarmi diverso. Le mie figlie, che erano entrate alla Casa Bianca con le loro Polly Pockets, una coperta chiamata Blankie e una tigre di peluche di nome Tiger, oggi sono adolescenti, giovani donne con i loro progetti e le loro opinioni. Mio marito si sta adeguando alla sua nuova vita dopo la Casa Bianca, sta riprendendo fiato. Ed eccomi qui, in questo nuovo posto, con molte cose da dire”.


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