Borse/I mercati nervosi sulla stretta della Fed
- 13 set 2016
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ROMA. La Fed, e in minor misura la Bce, si avvicinano alla fine dell'espansione monetaria illimitata che ha gonfiato i mercati a dismisura nel tentativo di frenare la caduta dell'inflazione? È la domanda che le borse continuano a porsi da mesi, e che oggi ha visto una possibile risposta affermativa delinearsi fra le incertezze dopo una serie di commenti a favore di un nuovo rialzo dei tassi da parte della banca centrale americana già questo mese.
Inevitabile lo scivolone dei listini in Europa: -1,15% Parigi, -1,67% Francoforte, -1,84% Milano. Ma a testimonianza di quanto sia difficile leggere i dati economici su di questi tempi, e di quanto siano probabilmente confusi gli stessi policy- maker, a correggere la rotta della Fed ci ha pensato Lael Brainard, giovane 'colombà fra i governatori della Fed: serve "prudenza", ci sono ancora rischi, "l'argomento a favore di una stretta preventiva dei tassi è meno convincente" in una situazione in cui la discesa della disoccupazione fatica a stimolare l'inflazione e in cui persistono rischi di rallentamento della crescita. E così, al contrario dell'Europa, i listini americani si sono rafforzati, con lo S&P500, +0,85%, che ha segnato addirittura il balzo più forte dell'ultimo mese dopo la caduta verticale - meno 2,5% - di venerdì scorso e dopo un trend negativo che aveva polverizzato circa 500 miliardi di dollari di capitalizzazione. Parole, quelle della Brainard, in fortissimo contrasto con quelle di alcuni suoi colleghi che delineano un confronto serrato al meeting che deciderà sui tassi il 20 e 21 settembre. Non ci sarà alcuna recessione se la Fed alza i tassi subito, aveva chiosato ad esempio venerdì Eric Rosengren, governatore della Fed di Boston, contribuendo allo sci- volone delle borse. Ieri Dennis Lockhart, Fed di Atlanta, ha detto che nonostante i dati macro deboli ci sono le basi per una "seria discussione" su una nuova stretta monetaria. E aggiungendo il suo peso di banchiere privato alla discussione, Jamie Dimon, l'influente numero uno di Jp Morgan, ha detto a Washington, all'Economic Club, che "è ora di alzare i tassi", sminuendo come una "goccia nel mare" il possibile aumento. Eppure quella goccia nel mare sarà fondamentale in una situazione in cui i mercati, temendo di essere ad un punto critico, guardano a qualsiasi segnale che indichi la direzione in cui la Fed si muoverà in un momento estremamente critico. La ripresa va, ma alcuni indici anticipatori come l'Ism suggeriscono cautela. L'occupazione continua a migliorare, l'inflazione fatica a riprendersi. Meglio non rischiare, dicono le colombe come la Brainard, che avrà man forte anche dai suoi colleghi Daniel Tarullo e Neel Kashkari. La Fed, di fatto, si trova di fronte a un paradosso: l'aver atteso nel rialzo dei tassi, tenendo conto di un mondo sotto pressione deflattiva, la porta ora di fronte al dilemma di dover dare una stretta monetaria mentre all'orizzonte s'intravede la fine di questo ciclo economico espansivo. Meno paradossale, ma non meno difficile, la situazione della Bce: l'inflazione nell'Eurozona è esangue (0,2% contro lo 0,8% degli Usa) ed è molto probabile che il Qe di Ma- rio Draghi debba proseguire oltre la scadenza (già prorogata) di marzo 2017. An- che perché il ciclo espansivo dell'Europa sembra affievolirsi anch'esso. Ma Draghi dovrà trovare il modo per comprare più debito aggirando i vincoli che la stessa Bce si è data.
















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