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“Boss” uccise un poliziotto

  • 29 apr 2017
  • Tempo di lettura: 2 min


BANGKOK. Quasi cinque anni passati a farsi gioco della giustizia, tanto da diventare il simbolo dell’impunità dell’élite in Thailandia; ma con il mandato di arresto emesso ieri, almeno, il giovane “mister Red Bull” è ufficialmente un fuggitivo accusato di omicidio colposo per guida spericolata. Un primo passo, sempre che sia seguito da altri, che mostra forse un cambio di atteggiamento delle autorità thailandesi verso il caso.

Vorayuth “Boss” Yoovidhya, che il 3 settembre 2012 travolse e ucci- se un poliziotto mentre sfrecciava al volante della sua Ferrari all’alba nella capitale, è ora ricercato in Thailandia. Il problema è che da quella tragedia è tornato raramente nel Paese, continuando la sua vita da Vip con base a Londra. Al momento, nonostante una dichiarazione di intenti da parte del capo della polizia thailandese, non è stata emessa alcuna richiesta di estradizione al Regno Unito.

“Boss”, che oggi ha 32 anni, è il nipote di Chaleo Yoovidhya, co-fondatore dell’impero Red Bull assieme all’austriaco Dietric Mateschitz. Il clan Yoovidhya, che controlla in sostanza la metà dell’azienda, è uno dei più ricchi in Thailandia. Il fatto che il rampollo Vorayuth abbia potuto ignorare senza conseguenze otto convocazioni della polizia in cinque anni, sempre adducendo scuse come gli impegni di lavoro all’estero o deboli condizioni di salute, è stato assurto a massimo esempio della corruzione in uno dei Paesi dalle disuguaglianze più estreme in Asia.

La dinamica di quell’incidente è relativamente chiara, per quanto Vorayuth sostenga che il poliziotto in moto gli tagliò la strada. Quel che è certo è che, dopo il tremendo impatto sulla strada Sukhumvit (la polizia calcolò che andasse a 170 all’ora), “Boss” non si fermò per prestare soccorso, tornando subito nella villa di famiglia qualche isolato più in là. La polizia si presentò a casa poco dopo, ma quasi con timore reverenziale. L’arresto fu subito seguito da un rilascio su cauzione, e da allora il rampollo non si è più fatto vedere.

Nel frattempo, con una delle accuse già caduta in prescrizione e l’altra che subirà la stessa sorte a settembre, rischia di rimanere in piedi solo l’accusa più grave, l’omicidio colposo per guida spericolata, che prevede fino a 10 anni di reclusione. I Yoovidhya hanno versato circa 100 mila dollari alla famiglia della vittima, un figlio di agricoltori. Tale pratica, insieme a quella di mostrarsi contriti ai funerali, è estremamen- te comune in Thailandia quando una persona agiata è coinvolta in una tragedia, ed è chiaro che per Vorayuth la questione è finita qui.

Molti thailandesi accettano passivamente questa prassi. Ma la spudoratezza di “Boss”, che continua la sua vita da jet- setter, apparentemente senza rimorso, ha tenuto vivo il caso, per l’imbarazzo delle autorità di Bangkok. Ora c’è almeno un mandato che lo rende ricercato. Ma da lì a una cella, la strada è ancora lunga.


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