Cina, guerra delle religioni
- Redazione

- 11 ago 2018
- Tempo di lettura: 2 min

PROTESTE DOPO LA DECISIONE DI ABBATTERE LA MOSCHEA DI WEIZHOU: MIGLIAIA IN PIAZZA
PECHINO. Le foto diffuse sui social network sfuggite alle maglie della censura del Great Firewall hanno mostrato le migliaia di persone riunitesi sulle ampie scalinate e intorno alla scenografica e bianca Grand Mosque di Weizhou, città nella regione autonoma cinese nordoccidentale di Ningxia. La comunità musulmana Hui ha risposto con una manifestazione di massa, rara per determinazione e scala, al piano reso noto il 3 agosto dalle autorità locali sulla "demolizione forzata" del luogo di culto di recente costruzione, completato in due anni e fatto da cupole e minareti dalle caratteristiche mediorientale. La motivazione ufficiale è stata la mancanza delle "adeguate autorizzazioni" su pianificazione e costruzione, ma proprio lo stile della moschea, lontano da quello tradizionale cinese optato per secoli, ha ragionevolmente allertato i funzionari del Pcc locali additando la struttura come una sorta di "arabizzazione dell'Islam cinese". Le proteste, partite giovedì, sono continuate ieri, giorno deciso per avviare i lavori di demolizione peraltro bloccati dalle manifestazioni frutto del tam-tam online dei giorni scorsi. In serata, si sono diffuse voci contraddittorie: tra la demolizione decisa "per ridurre la scala della moschea" all'accordo della distruzione di otto cupole trovatocon la comunità musulmana fino alla vittoria dei manifestanti con l'accantonamento dei propositi originari da parte delle autorità. Ad aprile 2016, il presidente cinese Xi Jinping illustrò il "manifesto" per rendere le religioni praticate nel Paese compatibili col socialismo e tutelate dal supporto statale solo se "cinesizzate". Le questioni religiose, aveva affermato in una conferenza ad hoc, hanno "una speciale importanza" nel lavoro del Pcc e del governo centrale, promettendo totale esecuzione delle politiche del Partito sulla "libertà religiosa" e aiuto alle diverse fedi per adattarsi alla società socialista, Chiesa cattolica inclusa. Per altro verso, uno dei fattori visti con più diffidenza e sospetto da Pechino è di sicuro "l'influenza sulle fedi" esercitato dall'esterno. Fino a non molto tempo fa, nelle province a presenza musulmana accentuata (ammontano a ventitré milioni di persone, secondo i dati ufficiali) intorno allo Xinjiang erano tollerate pratiche vietate nella provincia a forte maggioranza uighura, sempre più sotto pressione sui timori di estremismo e terrorismo alla basedelle spinte separatiste, tra bando di barba e veli, ritiro dei passaporti e schedatura su vasta scala. Nelle regioni limitrofe, Ningxia incluso, erano consentiti investimenti sauditi per grandi moschee e la costituzione di circoli islamici fondamentalisti. L’"arabizzazione" sembra ora a livello di guardia: a maggio, la commissione disciplinare della contea aveva accusato le autorità di Wiezhou di scarsa vigilanza sulla Grand Mosque e non solo. Come risultato, almeno quattro moschee avevano ricevuto quasi 160.000 dollari di donazioni dall'estero.
















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