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Desolazione, macerie e ricordi

  • 15 gen 2018
  • Tempo di lettura: 4 min

RIGOPIANO/UN ANNO FA LA VALANGA TRAVOLGEVA L’HOTEL A FARINDOLA


HOTEL RIGOPIANO (Pescara). Franco guarda fisso davanti a lui, verso la pa- rete dove ha sistemato un quadro: al cen- tro c’è la parola ‘neve’; tutt’attorno i 29 nomi scritti in modo da formare un cuore. “Era iniziata così anche un anno fa. Prima un nevischio pesante e bagnato, poi i fioc- chi sempre più grossi, morbidi. In meno di un’ora la neve ha sommerso ogni cosa, è diventato tutto bianco. E non smetteva. Ne è venuta già quanta non ne avevo mai vista in tutta la mia vita. E’ andata avanti così tutta la notte e il 18 gennaio ci siamo svegliati che nevicava ancora. Sempre più forte. Vedi lì, dove c’è la finestra? C’era- no due metri e mezzo di neve. Eravamo completamente isolati. Poi sono arrivate quelle maledette scosse. E nessuno mi leverà mai dal- la testa che se non ci fosse stato il terremoto quella va- langa non sarebbe mai ve- nuta giù. Ma sono discorsi inutili, il terremoto c’è sta- to e la valanga ha fatto quel- lo che ha fatto”.

Per tornare a Rigopia- no, un anno dopo, si parte da qui. Dalla trattoria ‘Lu Strego’, 8 chilometri dal- l’albergo, il luogo dove si incontrano i familiari delle vittime dell’hotel. E’ l’uni- co posto della zona per quei genitori e figli dove poter

parlare, abbracciarsi, ricordare, piangere senza avere davanti agli occhi l’orrore in cui sono rimaste sepolte le vite e i sogni delle persone che amavano. Franco, il tito- lare, li ha visti decine di volte. “E ogni volta è sempre uguale. Non capiscono, non rie- scono a farsene una ragione”.

Gianluca Tanda è il presidente. Sotto la valanga è rimasto suo fratello Marco, pilota Ryanair. “Ci sentiamo soli e profon- damente amareggiati - ripete da mesi - sarà impossibile fare pace con le istituzioni, perché sappiamo tutti come è andata”. Ales- sio Feniello ha ancora la rabbia dentro. L’albergo si è portato via suo figlio Stefa- no, che era a Rigopiano con la fidanzata per festeggiare il suo compleanno. A questo padre hanno prima detto che il suo ra- gazzo era tra gli 11 sopravvissuti e poi che no, si erano sbagliati, non era così.

“I politici stiano fuori dalle commemo- razioni, non li vogliamo, non vogliamo che qualcuno faccia campagna elettorale sulla nostra pelle. Non devono venire quassù”. Per ora sulla strada che porta all’hotel non c’è nessuno, né politici né gente comune: quel serpentone di mezzi di soccorso bloc- cati nella neve è solo l’immagine che ha fatto il giro del mondo e che oggi affiora nella memoria tornante dopo tornante.

Ad un chilometro dall’albergo, dove la strada si apre sul piano e il cartello segna- la l’hotel che non c’è più, la pioggia si fa neve. Scende pesante mentre le nuvole bas- se coprono la vetta del monte Siella. E’ da lassù che è partita la valanga e se uno cer- ca solo di immaginare quel che è stato, il dolore e la paura li senti ancora oggi sulla pelle. Poi guardi verso l’hotel e la deva-stazione ti entra dentro come il gelo di quel giorno. Tutto è rimasto come allora, immo- bile e silenzioso. Solo che allora c’erano quattro metri di neve e oggi a stento 40 cen- timetri: si vede molto meglio la distruzione e lo scempio. Le macerie e i ricordi abban- donati. Una valigia vuota, dei cuscini, pez- zi di divano, un materasso, un vassoio d’ar- gento. E poi migliaia di alberi divelti, una se- quenza infinita di rami e tronchi larghi an- che un metro, accatastati uno sull’altro a formare un tappeto senza fine che parte cen- to metri a monte del punto in cui era l’al- bergo e finisce 400 metri più in basso. Con la neve che scende sembra un mondo in bianco e nero, senza vita, senza colori. Ad interromperlo solo la recinzione arancione che delimita tutta l’area sotto sequestro e il quadro con le foto delle 29 vittime sotto l’insegna dell’hotel. Sorridono tutti, dipen- denti e clienti, attorno alla parola ‘Mai più’. Anche la sala biliardo dove hanno sal- vato Ludovica, Samuel ed Edoardo, è ri- masta come era alle 16.48 del 18 gennaio: ci sono le decorazioni di Natale appese al soffitto e i quadri alle pareti, le lampade senza un graffio e i giochi da tavolo impi- lati su una sedia, le bottiglie di birra sul tavolo e quelle dei superalcolici nella ve- trinetta. Qui la valanga non è mai esistita ed è devastante rendersi conto che tra la vita e la morte c’è meno di un metro. Un niente. La distruzione che ha travolto Rigopiano l’hanno vista in tutto il mondo ma non nel quartier generale di Google, in California. Su Maps si vede la distruzione dell’hotel, che però nell’applicazione street view è QUANDO mercoledì 18 ore 17:40 Monte Siella 2.027 m ancora al suo posto; si vede la Spa, il cam- po da tennis, l’intero edificio di quattro piani scintillante in una giornata di sole autunna- le. Forse qualcuno a Mountain View fareb- be bene ad intervenire, se c’è ancora qual- cuno capace di decidere al posto di un al- goritmo. Si poteva evitare, Rigopiano? Si potevano salvare, quelle persone? Di chi è la colpa? Regione, Provincia, Prefettura, Comune? Oppure è stata una tragedia in cui si sono sommate così tante sciagure che ne- anche i vigili del fuoco, nelle esercitazioni in cui simulano i diversi scenari d’inter- vento, avevano mai ipotizzato? La procura di Pescara ha già iscritto sul registro degli indagati i nomi di 23 tra funzionari pubbli- ci e tecnici, con accuse che vanno dall’omi- cidio alle lesioni dolose plurime, dal falso all’abuso edilizio. E non è finita qui. Saranno i magistrati a dire se quell’albergo era dove non dove- va stare, se la strada poteva essere pulita prima della valanga, se ci sono stati ritardi nei soccorsi. Ma non va dimenticato che quel 18 gen- naio l’Abruzzo - mezza regione, non solo il comune di Farindola - era sotto una nevi- cata che nessuno da queste parti ricorda: c’era un metro di neve a Chieti, interi paesi isolati, migliaia di persone senza riscalda- mento, 300mila senza luce, dializzati che dovevano essere trasferiti d’urgenza in eli- cottero per poter proseguire le terapie. Ri- gopiano, fino alle telefonate disperate di Giampiero Parete, era solo una delle tante situazioni dove c’erano difficoltà. E nean- che la peggiore. Bisogna ricordare anche questo, per dire mai più.


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