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Donald Trump e le armi di distruzione di massa



NEW YORK. L’America ha un nuovo presidente,ma stavolta di quella “luna di miele” che storicamente caratterizza i primi cento giorni di lavoro dell’amministrazione entrante, quella sorta di “tregua armata” al neo “leader del mondo libero” nemmeno l’ombra. Anzi. I primi dieci giorni della presidenza Trump sono infatti stati caratterizzati da polemiche proteste manifestazioni di massa e attacchi feroci sia da una parte che dall’altra. Colpa soprattutto dello stesso Trump, del suo modo di fare, del suo modo di essere, del fatto di essersi circondato di personaggi a dir poco discutibili, se non, in alcuni casi, del tutto inaccettabili. Ma chi è veramente Donald J Trump? Un bugiardo patologico che mente a tutti e su tutto guidato dal suo smisurato ego e dal suo narcisismo? O un piccolo uomo insicuro, dispotico e paranoico che non sa distiguere la finzione dalla realtà e vive in un “mondo alternativo” tutto suo; un mondo basato su “fatti alternativi” come ha definito le “non verità” di DT la sua “superconsulente” Kellyann Conway? Oppure un machiavellico macchinatore che usa queste “armi di distrazione di massa” per erodere pezzettino per pezzettino quella stessa democrazia che lo ha eletto e per poi fare il bello e il cattivo tempo assieme ai suoi accoliti? Qualunque sia la risposta la situazione venutasi a creare in questo primo scorcio di “regno

Trump” è preoccupante e lo è per tutta una serie di motivi.

IL DISCORSO INAUGURALE

E’ la prima finestra sulla visione personalissima e distorta che DT ha del mondo e soprattutto dell’America. Una tirata di soli 16 minuti tra l’assurdo e il rabbioso in cui dipinge a tinte cupissime un Paese secondo lui allo sfascio, fatto da poveri senza lavoro, immigrati delinquenti e in cui è in atto una vera e propria “carneficina”. Niente di più lontano dalla realtà: la disoccupazione è al 4,7%, ai minimida tempi immemorabili; il Dow Jones è al suo record storico sulla soglia dei 20mila punti (che supererà pochi giorni dopo); è vero che a vero che a Chicago la situazione omicidi è fuori controllo, ma nel resto della nazione la criminalità è in costante calo da anni. Un discorso che è un arrangiamento ridotto e raffazzonato di quello con cui a Cleveland accettò la nomination repubblicana, nonché un’accozzaglia rabberciata di retorica di seconda mano. “America First” era infatti lo slogan coniato da Woodrow Wilson nel 1916 e poi ripreso dall’ultraconservatore Pat Buchanan, per le sue fallimentari primarie del 2000. “Make America Great Again” era invece lo slogan di Reagan, per le presidenziali del 1980; mentre “l’uomo dimenticato” è stato vergognosamente rubato alla campagna del 1932 di Franklin Delano Roosvelt. Più che di un discorso d’insediamento, si è trattato insomma dell’ennesimo trito e sgrammaticato pastone da campagna elettorale con cui Trump, che come al solito si è dimostrato incapace di finire una singola frase per non dire esprimere un pensiro coerente di senso compiuto, si è rivolto esclusivamente alla sua base; ai suoi “fans” come li chiama lui. Subito dopo l’insediamento, la pagina del sito ufficiale della Casa Bianca dedicata ai cambiamenti climatici – https:// www.whitehouse.gov/energy/climate-change – è stata messa offline. Il primo punto programmatico apparso sul sito della Casa Bianca è infatti dedicato all’energia. E promette di cancellare il piano d’azione per il clima (Climate Action Plan) definito dannoso e inutile. Ed immediata è esplosa anche la prima protesta. Violenta. Per le strade di Washington scontri tra polizia e manifestanti (tra cui si erano infiltrati gli immancabili Black Bloc) ha seminato il panico tra la gente. Risultato: danni, una limousine bruciata e 270 arresti tra cui anche dei medici e alcuni giornalisti che stavano coprendo le proteste. Proteste continuate anche il giorno dopo con la pacifica, ma molto più “potente”, “marcia delle donne” che ha portato nella capitale oltre mezzo milione di persone e molti altri milioni nelle strade di tutto il mondo. LA FOLLA Solo 24 ore dopo la cerimonia di insediamento, su Twitter compare una combo fotografica con a sinistra il Mall stracolmo di gente durante l’inaugurazione di Barck Obama nel2008 e a destra la stessa zona, ripresa dalla stessa prospettiva, con enormi spazi vuoti per quella di Trump. Immancabile la reazione un po’ infantile e scomposta dell’irascibile presidente che se la prende con la stampa bieca e disonesta. “Non è vero - tuona - sono ‘notizie finte’. Ce l’hanno con me. Io ho avuto la folla più grande di qualsiasi inaugurazione della storia”. Sarà, ma intanto compare un altra foto che mostra la limousine presidenziale (The Beast) che avanza a passo d’uomo durante la parata davanti ad una sezione delle tribune desolatamente vuota. Altro esempio del “mondo alternativo” di DT e una schermaglia che, ahinoi, continua ancora. FRODEELETTORALE E’ il capitolo senza dubbio più assurdo di questa prima settimana della presidenza Trump. Una situazione in cui emergono tutto il narcisismo e tutta l’insicurezza di DT, il quale, non sopportando l’idea di aver perso il voto popolare per quasi tre milioni di voti contro Hillary Clinton, ha lanciato la pesantissima accusa di frode elettorale, affermando che dai tre ai cinque milioni di voti delle presidenziali erano illegali. Il presidente ha quindi ordinato una approfondita indagine in merito. Peccato però che non abbia alcuna prova e che le sue elucubrazioni sono delle palesi falsità, stando almeno alle dichiarazioni dei segretari di Stato di tutti e 50 gli Stati dell’Unione, nessuno dei quali ha mai registrato alcuna irregolarità nelle operazioni elettorali. Certo, qualche caso isolato, in passato, c’è stato, ma si tratta di poche decine di episodi e soprattutto a livello locale, ma non sicuramente nell’ordine dei milioni di voti di cui parla il presidente. E dire che le elezioni le ha vinte. Se le avesse perse chissà cosa avrebbe escogitato. MUSULMANI E’ il problema che si sta trasformando nella “tempesta perfetta” per il neopresidente. Durante la campagna elettorale Trump aveva promesso un “bando totale” all’entrata di persone di fede islamica negli Stati Uniti. Le proteste, anche violente, che seguirono costrinsero l’allora candidato repubblicano a tornare sui suoi passi. Si è trattato però solo di una copertura temporanea alle sue vere intenzioni. Venerdì infatti Trump ha firmato un ordine esecutivo che sospende per 120 giorni il programma sui rifugiati di guerra e vieta per tre mesi l’ingresso negli Usa a tutti i cittadini di Somalia, Libia, Sudan, Yemen, Iraq e Iran, e a tempo indeterminato quelli siriani. Guarda caso dall’elenco mancano tutti gli Stati in cui The Donald ha interessi commerciali: alberghi, palazzi, uffici. La motivazione addotta è “proteggere i cittadini americani dall’ingresso di terroristi. Qui non li vogliamo”. Il fatto però è che nessuno degli autori di attentati perpetrati sul suolo americano dall’11 settembre (compreso) veniva da questi Paesi. Si tratta comunque di un vero e proprio “bando totale” all’ingresso di musulmani negli Usa. Una mossa potenzialmente pericolosissima in quanto butta benzina sul fuoco della retorica di chi afferma che l’America ha dichiarato guerra all’Islam e non al terrorismo”. Immediata la ritorsione di Teheran che sabato ha annuunciato che chiuderà le frontiere a tutti i cittadini americani, affermando che l’ordine di Trump è “un regalo agli estremisti”. E non hanno tutti i torti, visto che l’Isis sta già usando il bando come uno strumento di reclutamento reiterando il concetto che quella che l’Occidente sta combattendo non è una guerra al terrorismo, ma una vera e propria crociata contro l’Islam. Una guerra di religione, uno scontro tra culture. Cosa questa che invece di aumentare la sicurezza la mina profondamente. Il presidente ha anche giustificato la sua decisione tirando in ballo il “caos Europa” elencando le serie di recenti attentati e I problemi legati all’immigrazione clandestina. Quello che però non ha probabilmente capito è che le due situazioni sono completamente diverse. Coloro che arrivano negli Stati Uniti lo fanno in aereo e non con barconi fatiscenti. Prima di aver diritto ad un visto passano attraverso un “vetting” che dura dai 18 ai 24 mesi ed ogni aspetto della loro vita viene passato al setaccio. Per la maggior parte sono donne e bambini e non giovani uomini “in età da combattimento”. Una volta che arrivano non si mettono a gozzovigliare per le strade senza far nulla e parlando su cellulari pagati dal governoIl niet all’ingresso dei siriani poi ha anche connotati morali non indifferenti visto che mette al bando rifugiati di guerra. E le reazioni non si sono fatte attendere: venerdì ad esempio la Casa Bianca è stata bombardata da Twitter ogni cinque minuti, ognuno con il nome di un rifugiato ebreo e che recitava: “Mi chiamo ... Nel 1939 gli Usa mi hanno impedito di entrare. Sono morto a (nome di un campo di concentramento)”. Si tratta del Saint Louis Manifest dal nome della nave con a bordo oltre 900 rifugiati ebrei che in quell’anno fu rispedita dagli americani tra le braccia dei nazisti. Ed è pronto un bel pacco di cause contro il Presidente, il cui ordine esecutivo è incostituzionale in base all’Immigration and Nationality Act promulgato nel 1965 che vieta di discriminare gli immigrati in base alla razza, sesso, credo religioso, Paese d’origine o Paese di residenza. I primi contraccolpi dell’ordine esecutivo non hanno tardato a farsi sentire: il mondo protesta, a partire dall’Europa, dove alcuni leader hanno espresso il loro dissenso, da Angela Merkel a Paolo Gentiloni sino a Theresa May e al suo ministro degli Esteri Boris Johnson, strenuo sostenitore di quella Brexit lodata apertamente da Trump. In America poi, la protesta sta assumendo dimensioni che si sono viste solo in occasione delle marce contro la guerra in Vietnam. Da giorni gli aeroporti, con in testa il Jfk,sonostati teatro di manifestazioni per la liberazione dei passeggeri detenuti. La contestazione poi si è spostata a Battery Park, all’ombra della Statua della Libertà, il simbolo stesso delle politiche di accoglienza degli Stati Uniti. Anche la Casa Bianca è assediata da manifestanti il cui grido è: ‘Non staremo in silenzio. Resistiamo’. “Non è un bando dei musulmani”, ha però assicurato il presidente, sostenendo che “siamo totalmente preparati” e che il suo ordine esecutivo “sta funzionando molto bene”. Sarà, ma forse sta guardando un altro film. Sabato infatti si è scontrato per la prima volta con i contrappesi della democrazia, quando il giudice federale di New York Ann M. Donnelly, accogliendo il ricorso di due iracheni bloccati al Jfk (Hameed Khalid Darweesh, che halavorato per conto del governo Usa in Iraq per 10 anni e Haider Sameer Abdulkhaled Alshawi, giunto negli Stati Uniti per ricongiungersi alla moglie, che ha lavorato come contractor per gli Usa, e il giovane figlio) ha deciso di congelare il bando, sostenendo che nessun rifugiato, nessun titolare di visto e nessun viaggiatore proveniente dai sette Paesi islamici banditi può essere rispedito indietro, per evitare “danni irreparabili”. Una decisione valida su tutto il territorio nazionale e che può portare il caso alla Corte Suprema. IMMIGRATI Nella stretta generale sull’immigrazione, Trump ha annunciato che metterà fine alla politica del “catch and release” (cattura e libera) e ha minacciato che non saranno più concessi finanziamenti federali alle cosiddette ‘città santuario'santuario’, quelle che proteggono gli illegali, aggiungendo che il Dipartimento di Stato negherà i visti e userà altri strumenti per assicurarsi che i Paesi accettino i rimpatri delle persone che si trovano illegalmente negli Usa. Una decisione, quella della minaccia alle città santuario, considerata illegale in quanto viola l’articolo 10 della Costituzione americana. Immediata la reazione dei sindaci di alcune di queste metropoli come New York, Boston e San Francisco, i quali hanno assicurato che adiranno le vie legali se ciò accadesse.


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