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Farage, è boom nei sondaggi

EUROPEE/IL LEADER DEL BREXIT PARTY SUPERA I LABURISTI DI CORBYN E I CONSERVATORI DI MAY



LONDRA. Non più una vittoria elettorale, ma una valanga: i numeri dei sondaggi assumono i connotati del boom per il nuovo Brexit Party di Nigel Farage, in vista delle Europee del 23 maggio. E gettano nello sconforto i due maggiori partiti britannici - i laburisti di Jeremy Corbyn, ma soprattutto i conservatori della premier-anatra zoppa Theresa May - non senza destare qualche moto di panico a Bruxelles. Venuta alla luce un paio di mesi fa con la pretesa post-ideologica di aggirare la tradizionale divisione destra-sinistra, l'ultima creazione dell'euroscetticismo d'Oltremanica viene indicata adesso - almeno a credere alla rilevazione aggiornata condotta dall'istituto Opinum per conto dell'Observer, il domenicale del progressista Guardian - a uno strabiliante 34% di consensi: addirittura più di Labour e Tory messi insieme nel contesto del voto proporzionale e monotematico europeo. Un voto cui a rigor di logica il Regno Unito non avrebbe dovuto partecipare, a tre anni dal referendum che nel 2016 decretò l'uscita dall'Ue, ma che la mancata ratifica finora del divorzio a Westminster rende inevitabile. I laburisti scendono invece al 21%, tre punti in meno di 5 anni fa e sugli stessi livelli delle elezioni del 2009 per il rinnovo dei 73 seggi britannici di Strasburgo. Men- tre a fare impressione è il tracollo all'11% del Partito Conservatore, più che dimezzato rispetto al 2014 e scavalcato persino dai Liberaldemocratici, gli europeisti più bellicosi in questa fase. Uno tsunami che dovrebbe spingere Labour e governo ad accelerare verso quel problematico accordo di compromesso su una Brexit soft in grado se non altro d'allontanare i contraccolpi di quello che il ministro dell'Istruzione, Damian Hinds, riconosce oggi come un "voto di protesta" potenzialmente catastrofico. Ma che incoraggia intanto i falchi Tory dissidenti a riproporre richieste ultimative di dimissioni alla May: chiamata a offrire sul piatto una data precisa in un meeting previsto mercoledì. Neppure per il frammentato fronte dei partiti pro-Remain ultrà, schierati per un secondo referendum senza le ambiguità attribuite al Labour, va del resto benissimo. Alle buone previsioni sui LibDem corrisponde infatti un discreto 8% dei Verdi, ma pure il deludente 3% accreditato al neonato Change Uk, sodalizio di fuoriusciti centristi ex conservatori ed ex laburisti beniamini dell'establishment liberal. Risultati che, anche a volerli sommare in un'ipotetica quanto spuria grande coalizione anti- Brexit con quelli dei nazional-secessionisti scozzesi dell'Snp e gallesi di Plaid Cymru, restano una decina di punti al di sotto del solo Brexit Party. A cui peraltro andrebbe aggiunto il 4% residuo che Opinum lascia a destra della destra al vecchio Ukip rimasto orfano di Farage. Proprio al richiamo di una sorta di Santa Alleanza eurofila per fermare l'on- data brexiteer di ritorno s'aggrappa comunque l'ex premier Tony Blair, invitando in un'intervista tutti gli elettori laburisti non in sintonia con gli "equilibrismi" di Corbyn sul referendum bis a provare a trasformare nei fatti le forze Remain in un cartello. Appello dagli esiti incerti, d'altronde, tanto più che sondaggi paralleli riferiti a un eventuale voto politico nazionale (uninominale e maggioritario secco) non paiono offrire grandi chance a un tale rovesciamento dei giochi.

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