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Fronte anti-Bce sui crediti in default Draghi: i paesi collaborino

  • 8 nov 2017
  • Tempo di lettura: 3 min


Avanti sulle nuove regole per Npl. Tajani attende il parere del Parlamento Ue

ROMA. L'Italia va allo scontro diretto con la Banca centrale europea (Bce) sui crediti in default delle banche: a Mario Draghi, che difendendo la 'stretta' sui crediti deteriorati preannunciata dalla Bce ribadisce che il problema degli Npl "non è risolto", replicano il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. L'Eurotower avrebbe le proprie prerogative. Per dimostrarlo, arriverà oggi un parere di un giureconsulto in- caricato dal Parlamento europeo: "vedremo quale sarà la risposta, ma sono convinto che ci sia un limite oltre cui la Vigilanza della Bce non può andare", dice Tajani. Concetto simile a quello evocato da Padoan. L'Eurogruppo, lunedì, aveva dato un assenso "in generale" all'approccio della Bce sugli Npl. Ieri Padoan ha spiegato di essere intervenuto, unico a prendere la parola nel Consiglio dei ministri delle Finanze, per dire che "l'addendum (il provvedimento della Bce, ndr) va oltre i limiti istituzionalmente definiti dall'azione" della Bce: "Riteniamo che vi sia qualche forzatura legale". E' la posizione della federazione bancaria europea, secondo cui le nuove regole dell'addendum - che propone una scadenza fra i due e i sette anni dal default entro cui le banche devono dare copertura integrale ai prestiti deteriorati - aumentano l'incertezza regolamentare". Una pioggia di critiche all'operato della Bce - che quel- l'addendum lo vuole entro l'anno - proprio nel giorno in cui il presidente Draghi, aprendo il Forum della Bce sulla Vigilanza bancaria, difende tre anni di attività che ha reso le banche "più forti e resistenti". E ribadisce che, anche se gli Npl sono scesi dal 7,5% d'inizio 2015 all'attuale 5,5%, molte banche sono ben al di sopra e dunque a rischio: problema da affrontare con uno "sforzo comune fra banche, vigilanza, autorità regolamentari e nazionali". Danièle Nouy, la presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, rivolge una critica neanche troppo vela- ta all'Italia: l'esperienza dei salvataggi bancari dopo Mps suggerisce che "le banche devono smettere di negare la realtà". Il nodo che torna sempre al pettine è sempre quello: gli 800 miliardi di crediti deteriorati in pancia alle banche, un quarto dei quali detenuti dagli istituti italiani, e una loro realistica valutazione. Ma lo scontro vero è su quegli 800 miliardi di stock, i crediti in default accumulati finora. Se la Bce ha inizialmente fatto balenare l'idea di una "calendarizzazione" simile a quello che vorrebbe sugli Npl futuri, ora fa intravedere un compromesso: sta ricevendo in questi giorni i piani delle singole banche sulla gestione di quei buchi in bilancio. Se sono "ambiziosi e credibili" bene, altrimenti la Bce chiede (negli 'Srep') alla banca di giustificare lo scostamento. Come extrema ratio, può ricorrere all'articolo 16 del Regolamento 1024 del Consiglio dell'Unione europea: può "esigere che gli enti applichino una politica di accantonamenti specifica o che riservino alle voci dell'attivo un trattamento specifico con riferimento ai re- quisiti in materia di fondi propri". Un approccio che, stando alla protesta di cui l'Italia si è fatta alfiere, va oltre il mandato della Bce. Al fondo, c'è una divergenza di prospettive: con il Quantitative easing (Qe) ancora attivo, la ripresa robusta e la liquidità illimitata: per Francoforte le banche hanno una finestra d'opportunità unica mentre alcuni paesi, Italia, con meno convinzione Francia, e poi ancora Portogallo e altri di minor peso, vorrebbero più tempo.


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