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Gb spera nel mercato unico

  • 28 giu 2016
  • Tempo di lettura: 3 min

BREXIT/CAMERON DISILLUDE CHI VUOL RIVEDERE IL VOTO E PRENDE TEMPO CON L’UE


LONDRA. Il referendum sulla Brexit è storia, inutile gingillarsi con petizioni e illusioni. Ci pensa il dimissionario David Cameron, l’uomo che quel voto ha voluto e perduto, a mettere un punto fermo alla Camera dei Comuni: il risultato delle urne “va accettato” e in Gran Bretagna, nei tem- pi prevedibili della politica, non ci sarà rivincita contro il responso popolare. Sem- mai l’ultimo obiettivo del premier uscente, per irrealistico che sia, è provare a disporre le carte per tentare di restare “nel mercato unico”.

Ma in parallelo bisogna dare un nuo- vo timoniere al regno, che nella burrasca del dopo-Leave - fra mercati in preda alle convulsioni e sterlina in picchiata - rischia di andare alla deriva: con il Partito Conservatore in attesa del leader dopo-Ca- meron; e la maggiore forza d’opposizione, il Labour, precipitata nel caos dal braccio di ferro fra Jeremy Corbyn i colonnelli del partito che si sono ammu- tinati e congiurano contro di lui.

Sul fronte Tory, si pro- va ad accelerare: il Comi- tato Esecutivo (detto Comi- tato 1922) ha fissato l’ele- zione di un nuovo leader (e futuro primo ministro) en- tro il 2 settembre; mentre

il Times ipotizza prove di dialogo fra Bo- ris Johnson, capofila in questi mesi del fronte pro-Brexit, e il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, il più fede- le pretoriano di Cameron, pronto a valu- tare, malgrado le suo posizioni filo-Ue, di passare dalla parte dell’ex sindaco di Londra in cambio di un compromesso per ri- compattare il partito e della poltrona di ministro degli Esteri.

Sempre che i cameroniani, pur di fer- mare Boris, non decidano di contrappor- gli l’attuale ministro dell’Intero, Theresa May. Chiunque prevarrà, dovrà poi por- tare avanti le trattative di divorzio con Bruxelles, ma anche convocare nuove ele- zioni politiche: verosimilmente entro l’anno. Le beghe in casa Tory non sono tutta- via il problema più impellente. Se è vero che senza un nuovo leader nel partito di governo non pare praticabile il negoziato per l’uscita dall’Ue (Cameron ha ripetuto di voler lasciare nelle mani del successo- re la decisione di attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona), l’emergenza del momento è limitare gli effetti del contraccol- po del referendum. Cameron, nel suo in- tervento ai Comuni, il primo dopo il voto che ha spaccato il Paese il 23 giugno, ha dato una serie di segnali.

E non ha mancato di tranquillizzare i cittadini europei (italiani inclusi) residenti nel regno che per loro non cambierà nulla né, soprattutto, di promettere una risposta ferma contro gli episodi di razzismo e in- tolleranza alimentati sull’isola anche da certi toni della campagna referendaria: particolarmente contro la comunità polacca.

Poi ha delineato la sua strategia per questo suo ultimo tratto di strada a Downing Street: prendere tempo con l’Europa, malgrado il quasi ultimatum che arriva da Berlino, rinviando tutto al successore. E nel frattempo cercare la via - impervia al limite dell’impossibile - per salvare un cantuccio nel mercato unico, guardando al modello norvegese (che però prevede quella libera circolazione a cui i brexi- ters hanno imputato a colpi di slogan la perdita di controllo dei confini britanni- ci) o magari di quello canadese: entrambi citati da Cameron. La priorità è però fermare il panico in borsa e sul mercato valutario.

Il premier non ha nascosto che “non sarà una passeggiata”, ma ha garantito che Bank of England e Tesoro “non esiteran- no a prendere ogni misura necessaria” a ripristinare fiducia e stabilità. Ma le sue parole, come quelle del cancelliere Osbor- ne, finora non sono bastate. Mentre l’inno all’ottimismo e all’unità di un Johnson im- provvisamente cauto e conciliante è stato subito smentito dalla nuova giornata di passione della sterlina.

E mentre l’ex sindaco proclamava la fine del “progetto paura”, a rimbeccarlo ha provveduto da Edimburgo la first mi- nister Nicola Sturgeon, decisa a strappa- re dalla Brexit almeno l’europeista Sco- zia: “Certo Boris - gli ha risposto con un tweet graffiante - il progetto paura è fini- to. Ora comincia il progetto farsa, di cui tu sei largamente responsabile”


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