“Hanno diritto alla verità”
- Redazione
- 26 lug 2019
- Tempo di lettura: 2 min
DELITTO MACCHI/BINDA PARLA ALLA FAMIGLIA DI LIDIA. APPLAUSI NELL’EDICOLA DELLA MADRE
di Manuela Messina

MILANO. "Mi dispiace per la famiglia di Lidia. Hanno il diritto di pretendere la verità, ma non si fa giustizia con qualcosa che non è verità. Io non c'entro niente". Nel suo primo giorno da uomo libero, è andato ai familiari della vittima il primo pensiero di Stefano Binda, il 51enne che mercoledì è stato assolto dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano dall'accusa di avere ucciso la sua ex compagna di liceo e come lui militante di Comunione e Liberazione, nel 1987. Un "cold case" che era stato riaperto dopo trent'anni dal sostituto pg Carmen Manfredda, che aveva avocato l'inchiesta della Procura di Varese e che aveva chiesto e ottenuto l'arresto di Binda, nel gennaio 2016. Dopo essere stato in cella per tre anni e mezzo, l'uomo è uscito dal carcere di Busto Arsizio per ordine dei giudici che lo hanno assol- to "per non avere commesso il fatto". Ha dormito nel suo letto nella casa di Brebbia (Varese) sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. "È stato un lungo sonno - ha detto ai suoi difensori - come non mi capitava da anni". Ieri mattina, Binda ha letto attentamente i giornali, che quasi tutti riportano la notizia della sua assoluzione. Poi è andato in chiesa. "Ero esausto", ha raccontato davanti alle telecamere del TgR, parlando del suo rientro a casa. "Ho dei debiti di gratitudine e stamane sono passato a ringraziare alcuni di quelli che mi hanno sostenuto", ha detto. Sua madre ha poi riferito che quando suo figlio ieri è entrato in edicola, "gli hanno fatto l'applauso". Binda ha concordato per lunedì l'incontro con i suoi avvocati, Sergio Martelli e Patrizia Esposito, per elaborare una strategia difensiva in caso di ricorso - che allo stato appare quanto mai scontato - della Procura Generale contro la sentenza di ieri. Ricorso che sicuramente verrà presentato anche dai legali della famiglia Macchi, che si erano costituiti parte civile, con l'avvocato Daniele Pizzi. "L'assoluzione di Binda è stata la trentesima coltellata inferta a Lidia", ha commentato mercoledì il legale dopo la lettura del dispositivo. Non ha proferito parola, invece, il sostituto pg Gemma Gualdi che, dopo avere ricostruito minuziosamente nella requisitoria tutti i passaggi dell'inchiesta, "frutto dell'imponente" lavoro della Procura generale, aveva chiesto la conferma della condanna all'ergastolo per Binda. Sentita al telefono, la collega Manfredda, che avviò l'indagine prima di andare in pensione, ha detto: "Non desidero esprimermi, dico solo che, prima di parlare, sia gli innocentisti che i colpevolisti dovrebbero prima sentirsi in dovere di leggere le motivazioni, che attendiamo tutti". Il deposito entro 90 giorni.
















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