Hillary e Trump a confronto
- Redazione

- 22 ago 2016
- Tempo di lettura: 3 min
I LORO PIANI ECONOMICI/ TRA GIUSTIZIA FISCALE E “TRICKLE DOWN”

Il piano economico di Trump farebbe “risparmiare quattro miliardi alla sua famiglia. Non aiuterebbe affatto il 99,8 percento degli americani”. Con queste parole Hillary Clinton ha caratterizzato il piano economico del suo avversario Donald Trump. La Clinton si riferiva all’eliminazione della tassa di successione proposta dal candidato repubblicano.L’ex first lady ha continuato a dipingere il piano di Trump come favorevole ai ricchi mentre ha ca-ratterizzato il suo come beneficio per la classe media ed i poveri. La Clinton non ha tutti i torti. Trump ridurrebbe le aliquote creandone solo tre di 12, 25 e 33 percento. La stragrande maggioranza dei risparmi andrebbe all’uno percento mentre per l’ottanta percento degli americani non cambierebbe quasi nulla. La Clinton invece aumentereb- be l’aliquota massima attuale dal 39 al 43 percento per redditi di un milione o più. Inoltre vi sarebbe una supertassa del quattro percento per i redditi superiori ai cinque milioni. Dato che i benestanti spesso pagano aliquote più basse della classe media approfittando di sgravi fiscali la Clinton includerebbe anche la “Buffett rule” che garantisce una tassa minima del 30 percento per i redditi di un milione di dollari annui o più. Per la candidata democratica si tratta di giustizia fiscale considerando il fatto che negli ultimi anni la maggioranza dei profitti sono andati agli ultra ricchi. L’ex first lady offrirebbe inoltre un nuovo credito per ricompensare le corporation che stabiliscono piani di “profit-sharing” con i loro dipendenti. In periodi di vacche grasse, secondo la Clinton, anche i lavoratori dovrebbero ricevere una parte dei profitti che emergono mediante il loro sudore. Per continuare con la giustizia fiscale la can- didata democratica aumenterebbe il salario minimo federale da sette dollari e venticinque centesimi a dodici dollari l’ora. Qui c’è poca differenza con Trump che ha annunciato un simile aumento che raggiungerebbe dieci dollari. Per quanto riguarda il salario minimo ambedue candidati hanno modificato le loro proposte. Nella piattaforma democratica, negoziata dalla Clinton con Bernie Sanders, suo rivale nelle primarie, il salario minimo dovrebbe aumentare a quindici dollari l’ora. Riducendolo a dodici la Clinton farebbe marcia indietro creando inconsistenza con l’accordo raggiunto sulla piattaforma democratica. Una simile inconsistenza è stata dimostrataanche da Trump il quale aveva dichiarato che il salario minimo era troppo alto, poi che bisognava aumentarlo, e infine la più recente idea di aumentarlo a dieci dollari. Ambedue piani investirebbero nelle infrastrutture considerate obsolete dall’American Society of Civil Engineering, specialmente i ponti, le strade, i porti e gli aeroporti. La differenza però consiste nel fatto che la Clinton troverebbe i soldi nelle tasche dei ricchi mediante tasse più alte mentre Trump crede che con la riduzione delle tasse l’economia crescerebbe e pagherebbe le spese. Si tratta di un sogno perché gli analisti hanno rilevato che il piano di Trump aumenterebbe il debito nazionale che non sembra preoccupare il candidato repubblicano. Trump in sintesi ricade nell’economia del “trickle-down” che vede meno tasse ai ricchi come strumento di benessere economico per tutti. La riduzione delle tasse ai ricchi è però un mito come ci dimostrano le alte tasse fino al 50 percento in Paesi dell’Unione Europea come la Germania e Paesi scandinavi che producono eco- nomie competitive e programmi sociali molto solidi. La Clinton in effetti farebbe piccoli passi imitando anche se di poco la struttura fiscale di questi Paesi. Anche la Clinton però dimostra una certa inconsistenza con i trattati di libero scambio. Nel suo recente piano ci dice di essere contraria al Tpp (Trans-Pacific Partnership) mentre in passato era favorevole. Trump è contrario per- ché crede che riduce i posti di lavoro. Strano che in questa situazione il candidato repubblicano si allontani dall’ortodossia del suo partito che tipicamente favorisce questi trattati che in linea generale sono supportati dalle corporation, alleate tradizionali del Gop. Il piano economico della Clinton non sarebbe molto diverso da quello dell’attuale presidente Barack Obama. Quello di Trump rientra nella tradizione del Partito Repubblicano eccetto per la sua presa di posizione isolazionista sui trattati di libero scambio. Quale dei due si potrebbe mettere in pratica? Al momento i sondaggi ci dicono che la Clinton ritornerà alla Casa Bianca nel 2017 non come first lady ma come presidente. Mettere in pratica il suo piano non sarebbe facile. Tutto dipende non solo dai risultati delle elezioni presidenziali di novembre ma anche da quelli per il Senato e la Camera. Una riconquista democra- tica del Senato sembra probabile mentre per la Camera si prevede un esito diverso. I repubblicani anche con il controllo di una delle Camere sono stati “maestri” di ostruzionismo. Obama ne sa qualcosa. Hillary Clinton farebbe meglio di lui?
















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