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Huawei Italia all’attacco

IL PRESIDENTE DE VECCHIS CRITICA POMPEO: NOI DISCRIMINATI



di Francesca Paggio

ROMA. Lo scontro geopolitico in atto tra Usa e Cina rischia di far perdere il posto di lavoro a mille persone in Italia. E’ l’avvertimento lanciato dal presidente di Huawei Italia, Luigi De Vecchis, che durante un’audizione alla Camera ha ‘minacciato’ l’addio al nostro Paese se le norme sul 5G, contenute nel decreto legge sul Perimetro della sicurezza cibernetica, dovessero rivelarsi discriminatorie nei confronti del colosso cinese. In serata la società è poi intervenuta sul tema per spiegare che “non ha lacuna intenzione di lasciare l’Italia, che è uno dei mercati più importanti in Europa e nel mondo” e che “le dichiarazioni del presidente facevano riferimento a un caso teorico e non hanno alcuna connessione con le politiche di cybersecurity che il Governo metterà in atto”. De Vecchis, che è intervenuto davanti alle commissioni riunite Affari costituzionali e Trasporti della Camera - impegnate nell’esame del decreto varato dal Consiglio dei ministri del 19 settembre scorso - ha fatto riferimento diretto alla recente visita del Segretario di Stato americano Mike Pompeo a Roma e al suo invito all’Italia di “tenere gli occhi aperti” sul 5G e sulla tecnologia cinese “perché ogni singola informazione che attraversa le loro reti è a rischio visto che si tratta di un network controllato dal Partito comunista cinese”. Un affondo che Huawei non può tollerare: “E’ in corso una battaglia geopolitica tra Usa e Cina della quale Huawei è un capro espiatorio”, ha detto De Vecchis, e “non possiamo dar credito a un signore che viene qui a dire ‘fuori Huawei dalla p.a.’, per noi è un grosso danno”. Quindi, se fosse discriminata “Huawei lascerebbe l’Italia e mille impiegati dovrebbero trovarsi un altro lavoro”. La discriminazione si nasconderebbe proprio nel decreto sulla sicurezza cibernetica che fa riferimento al golden power attivato dal governo sui contratti del 5G: “Non sono chiare - ha sottolineato De Vecchis - le circostanze per determinare un pregiudizio alla sicurezza nazionale: quali sarebbero queste circostanze? Le misure di sicurezza correttive devono essere uniche per tutto il cyberspazio. Vorremmo anche che ci fosse indipendenza da paese di origine, non possiamo focalizzarci su quel pezzo di rete perché c’è un pregiudizio. Pensare al discorso dei costruttori non europei è assolutamente fuori luogo a nostro giudizio”. Di tutt’altro avviso è stata invece Zte, altro colosso cinese delle reti: “Non siamo contro il golden power e rispettiamo le leggi”. Sul tema è intervenuta anche Confindustria Digitale, con il presidente

Cesare Avenia. Pur definendo il provvedimento “positivo”, Avenia ha avvertito che esso contiene “una serie di prescrizioni che necessitano di chiarimenti e specificazioni ai fini di consentirne un’applicazione certa e univoca”. Tra le criticità figurano per esempio la “individuazione puntuale della platea dei soggetti ricadenti nel perimetro” e le sanzioni che scattano in automatico: invece “sarebbe quantomeno opportuno prevedere un meccanismo che preveda richiesta di azioni correttive mandatorie, eventualmente con un ‘grace period’ per risolvere le criticità riscontrate, prima di comminare una sanzione e/o imporre una disattivazione del servizio”.

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