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I migranti allo sbaraglio

  • 8 mar 2017
  • Tempo di lettura: 2 min


BRUXELLES. "Gli Stati membri non sono tenuti, per il diritto dell'Unione, a concedere un visto umanitario" ai profughi che "intendono recarsi nel loro territori per chiedere asilo, ma restano liberi di farlo sulla base del rispettivo diritto nazionale".

La decisione della Corte Ue, inappellabile e destinata a fare giurisprudenza, lascia l'amaro in bocca a quanti avevano sperato che i giudici di Lussemburgo sancissero per legge l'obbligo per i Paesi a tenere aperta in modo stabile una via legale per i profughi verso l'Unione senza dover ricorrere a trafficanti e barconi, mettendo così un punto fermo al margine di discrezionalità che i Paesi esercitano attualmente.

In particolare, ad alimentare la speranza, era stato il parere (non vincolante) dell'avvocato generale della Corte Ue Paolo Mengozzi, del febbraio scorso - completamente rovesciato dalla sentenza di oggi - secondo il quale gli Stati membri devono rilasciare un visto per ragioni umanitarie quando sussistono fondati motivi per ritenere che un rifiuto esporrà i richiedenti protezione alla tortura o a trattamenti inumani.

Ma a differenza di Mengozzi - secondo il quale il caso era regolato dal Codice dei visti Ue, e per questo legato al rispetto dei diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione - i giudici della Corte Ue hanno stabilito che il caso non rientra nella normativa europea che invece regola "solo procedure per il rilascio dei visti di transito o soggiorni della durata di 90 giorni" al massimo.

Una sentenza "deludente" la definisce l'esperto di politiche migratorie di Oxfam, Raphael Shilhav, che a nome dell'organizzazione rivolge "un appello agli Stati Ue affinché permettano ai richiedenti asilo di iniziare il loro viaggio in sicurezza da un'ambasciata,anziché su un barcone". E la stessa richiesta arriva da Amnesty International: "I Paesi membri concedano i visti umanitari, poiché facendolo potrebbero mostrare la propria leadership ed evitare che i profughi mettano a rischio le loro vite rivolgendosi ai trafficanti e compiendo pericolosi viaggi per raggiungere la salvezza", esorta il vice direttore per Europa e Asia Gauri van Gulik. In particolare la vicenda riguarda una coppia si- riana ed i loro tre figli piccoli, che il 12 ottobre 2016 avevano presentato domanda di visti umanitari all'ambasciata del Belgio a Beirut, per lasciare Aleppo e presentare una domanda d'asilo in Belgio.

Uno di questi aveva anche spiegato di essere stato sequestrato da un gruppo armato, percosso e torturato, e di essere stato liberato su pagamento di riscatto. Ma il 18 ottobre 2016, l'Ufficio per gli stranieri belga aveva respinto le domande poiché la famiglia aveva manifestato l'intenzione di restare in Belgio per un periodo superiore a 90 giorni, sottolineando, che gli Stati membri non sono obbligati ad ammettere nel loro territorio ogni persona che vive situazioni di catastrofe.

La famiglia siriana aveva fatto ricorso al Consiglio del contenzioso degli stranieri belga, che ha chiesto chiarimenti alla Corte Ue, prima di emettere il proprio giudizio.

Secondo i giudici di Lussemburgo "consentire a cittadini di Paesi terzi di presentare domande di visto finalizzate ad ottenere il beneficio di una protezione internazionale nello Stato membro di loro scelta, lederebbe l'impianto generale del sistema istituito dall'Unione per determinare lo Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione in- ternazionale", che ricade sotto il regolamento di Dublino, secondo il principio del Paese di primo in- gresso, ma solo una volta che si arrivati nel territorio dell'Unione.


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