I Tories volano nei sondaggi
- 21 apr 2017
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LONDRA. Se mai la Gran Bretagna ci ripensasse sulla Brexit, l’Ue la riaccoglierebbe a braccia aperte. Antonio Tajani, presidente dell’europarlamento, irrompe nella campagna elettorale britannica e, in visita a Londra, lancia in un’intervista al Guardian la sua ‘provocazione’: quasi un’ipotetica del terzo tipo, quella dell’irrealtà, come poi lui stesso nota in una conferenza stampa, ma destinata a far rumore.
A prendere per buoni i sondaggi, che pure non l’hanno imbroccata tanto negli ultimi tempi, il voto anticipato nel regno pare in effetti deciso ancor prima del via alla giostra. I 24 punti di vantaggio accreditati nel primo giorno di comizi ai Tories di Theresa May - che della Brexit si presentano come custodi - sul Labour di Jeremy Corbyn (nella foto durante il comizio inaugurale di ieri) sono un distacco record, una voragine.
Anche se il ‘compagno Jeremy’ non ci sta, prova a smarcarsi dallo spinoso tema europeo (comunque escludendo a sua volta un secondo referendum) per cavalcare quello del malessere sociale e invita la gente a non fidarsi: a non mollare fino all’8 giugno, giorno in cui a parlare saranno davvero le urne.
L’avvio d’una corsa non certo popolata di figure carismatiche è stato in fin dei conti più scoppiettante di quanto non sarebbe stato lecito attendersi. Il leader laburista, perdente annunciato, ha occupato subito il palco: “L’esito delle elezioni non è scontato come si sente dai media e dall’establishment”, ha tuonato a dispetto dei numeri dei sondaggisti, lanciando a pugno chiuso il guanto di sfida a un sistema di potere Tory “corrotto” e in “bancarotta morale”.
Mentre la premier ha lasciato ai suoi il compito di replicare (“il Labour è nel caos”) e s’è fatta vedere in pacate vesti istituzionali: ricevendo Tajani a Downing Street, dove il 26 toccherà a Jean-Claude Juncker. Il suo partito per ora gioca di sponda. I dati dell’istituto Yougov lo collocano in una botte di ferro, al 48% dei consensi contro il 24 appena del Labour, i Libdem europeisti in ripresa, ma non oltre il 12 e l’euroscettico Ukip orfano di Nigel Farage di fatto riassorbito a un residuo 7%.
Altre rilevazioni sono meno nette, ma tutte - salvo svarioni ancor più clamorosi di quelli di vicende politiche recenti - garantiscono ai conservatori una larga maggioranza assoluta di seggi, grazie ai collegi uninominali. Un contesto che spinge il partito a un doppio approccio: rassicurante per un verso (lady Theresa viene presen- tata come garanzia di “forza e stabilità nell’interesse nazionale”); bellicoso per l’altro, su una Brexit che la signora primo mi- nistro promette di attuare senza tentennamenti a patto d’avere campo libero.
Cosa intenda poi fare del mandato quasi plebiscitario che insegue è materia di discussione: qualche osservatore e molti analisti della City credono ancora che alla fine svolterà pragmaticamente verso una qualche “soft Brexit”, ma potrebbe essere l’ennesimo wishful thinking. Tanto più che, stando alle anticipazioni del Mail, il manifesto programmatico del partito di governo si colora semmai di note ‘hard’ su questo dossier: basta alla libera circolazione dopo lo sganciamento da Bruxelles, uscita dal mercato comune, benservito immediato alla Corte di Giustizia europea, mani legate ai deputati eletti.
A Tajani, nel dialogo faccia a faccia, il messaggio viene recapitato però più sfumato. Lo speaker dell’assemblea di Strasburgo riferisce d’aver aver colto nelle parole della May i toni di chi “non vuole andare allo scontro” con l’Ue e si mostra per esempio in sintonia nel considerare “una priorità” la questione della tutela post Brexit dei diritti acquisiti dei cittadini europei già residenti in Gran Bretagna e dei britannici che vivono nel continente, gli ‘expats’.
Nessun passo indietro sull’addio a Bruxelles, per carità, ammette Tajani, sottolineando ai giornalisti italiani come fermare l’iter del recesso sarebbe del resto ormai “complicato” - anche a volerlo - dopo l’avvenuta notifica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. E imporrebbe il sì dai 27 “al- l’unanimità”. Tuttavia, rispondendo a una sollecitazione del filo-europeo Guardian, non si sente di escluderlo almeno in teoria: “Se dopo le elezioni nel Regno Unito - argomenta - un nuovo governo volesse ritirare l’articolo 50, la procedura sarebbe molto chiara. La decisione finale spetterebbe ai 27 Stati membri, ma tutti sarebbe
ro a favore. E io ne sarei felice”.
















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