top of page

Il festival osanna Coogler



CANNES/CODA DI ORE PER POTER ASCOLTARE IL REGISTA DI BLACK PANTHER

CANNES. 32 anni tra pochi giorni, tre film e la standing ovation di Cannes. Non è da tutti i registi ricevere quest’accoglienza e un tale tributo così giovane. A meno che non ti chiami Ryan Coogler e hai firmato un film di svolta come Black Panther, non tanto per la cifra incredibile incassata di 1 miliardo 339 milioni di dollari più o meno equamente divisi tra mercato americano (693 milioni) e straniero (645 milioni) o per le eccellenti critiche cinematografiche, quanto per la portata socio culturale di questo film. Ragione per cui Coogler è a dir poco adorato e la folla che ha fatto la fila ore prima per ascoltare la sua masterclass ieri al festival era in gran parte nera. “E’ diventato qualcosa di più grande di noi” ha ammesso persino timido il regista di Oakland, il cui debutto promet- tente Fruitvale Station (con Michael B. Jordan, suo amico e attore feticcio), aveva sfolgorato al Sundance nel 2013 ricevendo il Gran premio della giuria e il premio del pubblico e poi a Cannes a Un certain regard. Quello stesso anno il Time lo aveva messo nella lista dei 30 giovani sotto i 30 anni che stanno cambiando il mondo e sinceramente ci aveva preso. Black Panther, grazie anche ad un cast formidabile e al tocco registico di Coogler, è diventato molto più di un ennesimo film di supereroi Marvel, mainstream da super incassi e merchandising. Raccontando la storia di T’Challa, la Pantera Nera (Chadwick Boseman) re e protettore della fittizia nazione africana del Wakanda ha colto incredibilmente il momento diventando un catalizzatore sul tema della riscossa afro-americana, come se da quel- lo si riuscisse a trarre nuova energia per le lotte sui diritti dei neri. “Razzismo e pregiudizio sono gli ef- fetti che abbiamo avuto dalla colonizzazione, la stessa industria cinematografica ne è coinvolta - ha detto Coogler - spero che il successo di Black Panther la migliori in un certo senso, sia una nuova opportunità per noi. Il film è anche un omaggio alle donne afro-americane, lottatrici, resistenti, come sono tante che io stesso conosco, come mia madre o la vedova diOscar Grant ucciso da un poliziotto senza perché la cui storia ho raccontato nel mio primo film. Il film - aggiunge Coogler - ha dato alla comunità nera un esempio positivo, un’idea di rinascita”. Ex calciatore, ex giocatore di football, figlio di due laureati con la passione per il cinema (“mia madre mi faceva vedere gangster movie quando ero piccolo, mio padre Malcom X”), il regista si è laureato in cinema ma prosegue, sulle orme del padre, un’attività di consigliere per i giovani detenuti. La visita nella township di Captown in Sudafrica e poi in una comunità simile in Kenia hanno dato a Coogler l’idea che Black Panther non fosse il film di supereroi, il “James Bond nero” che la Marvel si aspettava, ma un film “sulla diaspora africana, sulle radici comuni dell’Africa e dell’America colonizzata”. Tanti i suoi riferimenti cinematografici: Coogler cita ancora la saga di Bond (Casinò Royal, Goldfinger) ma anche Star Wars, Rocky (Creed il suo secondo film ne è una con- seguenza), City of God, il film sui gang- ster brasiliani diretto da Fernando Meirelles e Katia Lund, Amores Perros esordio di Inarritu e poi Un prophet di Jacques Audiard, L’odio di Kassowitz. Del nuovo film (Black Panther 2 o Wrong Answer secondo i rumors) ha solo cominciato a parlare. Per ora si gode il successo.


Commenti


bottom of page