Il Mistero Buffo del suo teatro
- Redazione

- 14 ott 2016
- Tempo di lettura: 3 min
DARIO FO TRA I GRANDI DEL ’900, ARMATO SOLO DI RISO E ARTE

Il riso è sacro’’, ripeteva sempre Dario “I Fo.Anchese,avvertiva,‘’intuttalamia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste’’. Drammaturgo, regista, attore, pittore di scena (‘’nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi’’, scherzava), tra i tre grandi del Novecento ita- liano insieme a Luigi Piran- dello ed Eduardo De Filippo, Dario Fo, scomparso questa mattina a Milano a 90 anni, è stato fino a oggi l’autore italiano vivente più rappresentato nel mondo. Al teatro, il suo grande amore insieme alla pittura, si è avvicinato all’inizio degli anni ’50, ma proprio mentre cresce e si consolida il teatro di regia, lui sin da subito sovverte ogni regola e schema, guarda alla tradizione della commedia dell’arte e coltiva il ‘’suo’’ modo di vivere il palcoscenico, fatto tutto di narrazione e uso del corpo. Già nel 1953 ha successo con Un dito nell’occhio, spettacolo di rivista, comico e satirico, politicamente di sinistra e nuovo per la graffiante critica sociale. Fondamentali sono l’in-contro con il regista Franco Parenti e poi con il mimo Jacques Lecoq, che gli insegna a sfruttare i difetti (il sorriso cavallino o la voce non limpida) e a creare contrasti efficaci tra ciò che dicono le battute e quel che invece dice la mimica. E’ la nascita del Giullare, la figura con cui si identificherà tutta la vita, colui che armato solo dell’arte, della parola e del riso sferza colpi a ogni potere precostituito. E poi c’è l’arrivo di Franca Rame, sua moglie dal 1954, con cui scriverà gran parte del suo reper- torio. Dalle prime commedie (Gli arcangeli non gio-ano a flipper, 1959; Aveva due pistole dagli occhi bianchi e neri, 1960; Chi ruba un piede è fortunato in amore, 1961), passa per un esperimento brechtiano con Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963), la satira politica di Settimo, ruba un po’ meno (1964) la riscoperta dei canti popolari tradizionali (Ci ragiono e canto, 1966), fino agli anni ’70. Fo ‘’esce’’ dalla tv, dalla censura, dalla cultura apparentemente ‘’alta’’, ma anche dai teatri fisici. E porta i suoi testi, di ispirazione apertamente protestataria e militante, sempre più tra la gente. Una scelta che, ancora una volta, ricorda le compagnie della Commedia dell’arte, ma che sarà soprattutto la chiave del suo arrivare al pubblico e il segreto di non esserne mai dipendente. Nasce così ‘’Mistero buffo’’, testo che è la summa della sua poetica, ispirato ai vangeli apocrifi e a raccon- ti popolari sulla vita di Gesù (il titolo ricalca quello di una celebre farsa politica e surreale di VladimiV. Majakovskij), che negli anni crescerà, si aggiornerà, arriverà fino a riempire gli stadi, con le battute in grammelot, quella lingua inventata, fatta di suoni onomatopeici dai vaghi accenti padani, che sulle labbra di Fo diventava narrazione piena. E poi, in un travaso senza sosta tra cronaca e satira, ma anche libri e pittura, seguono Morte accidentale di un anarchico, sul caso Pinelli (1970); Tutti uniti, tutti insieme, ma scusa quello non è il padrone? (1971); Guerra di popolo in Cile (1973); Il Fanfani rapito (1975); La marijuana della mamma è sempre più bella (1976) e, più avanti, nella fase più ‘’divertita’’ Fabulazzo osceno (1982), l’Arlecchino per la Biennale di Venezia, Coppia aperta (1983), Il papa e la strega (1990), Zitti, stiamo precipitando (1990), Johan Padan a la descoverta de le Americhe (1991). Amatissimo anche al- l’estero, soprattutto in Francia, infaticabile Dario Fo continua nelle sue lunghe tournée anche dopo il Nobel del ’97, con Marino libero! Marino è innocente! (1998), rileggendo con mimi e pupazzi il processo ad Adriano Sofri e poi Lu santo jullare Francesco, sull’amatissimo santo di Assisi (1999) e tante lezioni-recital sui grandi pittori, da Giotto a Mantegna, le regie operistiche, senza che la sua parola, il suo gesto perdessero mai di forza. Tanto che ancora nel 2014 ‘’In fuga dal Se- nato’’, tratto dal testo di Franca Rame, tra le polemiche viene cancellato dal cartellone dell’Auditorium della Conciliazione, accolto poi dal Sistina. E ancora quest’estate Fo era in cartellone a Roma con una nuova versione di Mistero Buffo. In scena non lascia eredi ‘’diretti’’, sebbene Paolo Rossi abbia firmato una versione ‘’pop’’ del suo Mistero Buffo e Ugo Dighero anche in questa stagione riprenderà parte del testo originale, ma un’eredità più ampia, diffusa, che ha germinato, cambiando per sempre il modo di fare un certo teatro e di portarlo incontro al pubblico.
















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