Il Nyt attacca la moda italiana
- Redazione

- 21 set 2018
- Tempo di lettura: 3 min

MEDIA/INCHIESTA SUI SOTTOPAGATI IN PUGLIA, CAPASA: “E’ VERGOGNOSO”
NEW YORK. Non è la prima volta che il New York Times attacca la moda italiana. Lo scorso settembre il quotidiano americano definiva Milano periferica nel mondo della moda internazionale, nel 2007 bollava la sua moda come volgare, nel 2009 la definiva roba da veline. Ma l’inchiesta uscita ieri e realizzata in Puglia è quella che fa arrabbiare di più i vertici del settore, perché parla del lavoro in nero che - secondo l’inchiesta - starebbe dietro i capi di grandi marchi. Nell’articolo, intitolato ‘Inside Italy’s Shadow Economy’ si racconta, con testimonianze anche anonime, il lavoro di migliaia di donne che ricevono dal laboratorio locale un euro per ogni metro di stoffa cucita o ricamano paillettes per 1.50-2 euro l’ora. Di questa manodopera si servirebbero grandi marchi. In particolare, si fanno i nomi di brand come Max Mara (che ieri ha aperto la seconda giornata di Milano Moda Donna) e di Fendi (altro marchio in passerella ieri). Dalle maison nessun commento, mentre è durissimo il giudizio del presidente di Camera Moda Carlo Capasa, che giudica l’inchiesta di Elizabeth Paton “un attacco vergognoso e strumentale”. “Hanno attaccato questi marchi in maniera inde- gna dice Capasa - per questo prepareremo una nota congiunta insieme agli avvocati”. “Se hanno trovato un reato c’è obbligo di denuncia, perché non l’hanno fatto?” si chiede Capasa, per il quale “i nostri contratti sono tutti a tutela dei lavoratori”. “Quello del New York Times è un attacco strumentale che nasce - dice il presidente di Camera Moda - senza aver fatto una vera indagine. Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave”. “Le nostre - sottolinea - sono aziende serie, se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi volevano demonizzare il lavoro domestico trovo che sia sbagliato, ha un senso purché sia ben pagato”. “Replicheremo al New York Times in modo pesante” annuncia Capasa. E il motivo è che “siamo il Paese che ha fatto di più per questi diritti, il primo a perseguire gli abusi, non c’è nessuna connivenza delle aziende italiane perché non ne hanno bisogno, non abbiamo bisogno di sfruttare nessuno”. Secondo Capasa, c’è un motivo per cui questo articolo è uscito oggi: “A Milano inizia la fashion Week con il green carpet, siamo bravi e questo dà fastidio”.Per Miuccia Prada “nessuno è sano ma ognuno fa del suo meglio, accanirsi solo con la moda è sbagliato. Tutte le aziende hanno codici e ispettori ma il mondo reale - sottolinea - è più complicato, c’è sempre qualcuno che si fa corrompere”. Certo, anche “la moda ha le sue colpe, ma sono sicura che aziende di altri settori faranno anche peggio. Questo non è un mondo perfetto e siamo tutti colpevoli, i problemi - conclude - sono ovunque”. Ma il New York Times replica: “La nostra inchiesta è stata condotta in maniera meticolosa e si basa su interviste con svariate fonti e ricerche effettuate per mesi”: così un portavoce del quotidiano commenta con l’Ansa le critiche ricevute dai vertici della Camera della Moda Italiana. “Siamo stati particolarmente attenti a enfatizzare che le situazioni descritte si riferiscono principalmente a imprese in- termediarie, ed è probabile - dice il portavoce del quotidiano americano - che nessuno dei marchi coinvolti fosse a conoscenza di quanto avvenivnei vari stadi della catena di approvvigionamento”. “L’intento di questo articolo - concludono dal New York Times - è di fare luce su uno degli angoli più oscuri del mondo della moda italiana. Continuiamo a sostenere la nostra versione”
















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