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Il palcoscenico come terapia



D’AMBROSI TORNA A NEW YORK CON IL SUO “TEATRO PATOLOGICO”

NEW YORK. La vita è una favola raccontata da un idiota, secondo la celeberrima citazione shakespeariana, ma chi sono gli “idioti”? Noi spettatori, loro attori? I confini si confondono nel lavoro di Dario D’Ambrosi, realizzando così il sogno di Artaud, di quel teatro della crudeltà, che non intrattiene, ma trasforma chi recita, chi assiste, il mondo intorno. D’Ambrosi e la sua compagnia “Teatro Patologico” sono a New York per due appuntamenti importanti. Lo spettacolo “Follies in Titus”, al teatro La MaMa fino al 9 dicembre (66 East 4th Street), e domani, lunedì 4 dicembre, con “Medea” alle Nazioni Unite in occasione dell’International Day of People with Disabilities. “Il Papa mi ha abbracciato e mi ha detto continua”. D’Ambrosi è visibil- mente emozionato, mentre di fronte al pubblico del teatro La MaMa (dove è di casa) racconta il recente incontro avuto con il Pontefice, vissuto come il più prezioso degli incoraggiamenti. Mancano pochi minuti all’inizio dello spettacolo “Follies in Titus”, un libero adattamento dal “Tito Andronico” di Shakespeare, recitato dalla sua compagnia .

Un impegno che dura 25 anni

L’Associazione del Teatro Patologico nasce nel 1992 di- retta dal fondatore e ideatore Dario D’Ambrosi. Dallo stesso anno comincia un lavoro unico ed universale: quello di trovare un contatto tra il teatro e le gravi malattie mentali. Dal 2009 il Teatro Patologico ha il suo teatro stabile in via Cassia 472 a Roma, dove apre la Prima Scuola Europea di Formazione Teatrale per ragazzi disabili psichici. Il Teatro Patologico è un territorio di incontro privilegiato tra gli sperimentalismi, in particolare americani, e il loro uso di corpo e spazio, senza però perdere di vista quello che è il fine primario: far conoscere cioè i numerosi aspetti della malattia mentale, fare del teatro un nuovo strumento sociale e della follia uno strumento teatrale, entrambi in grado di aiutare quella parte della società emarginata e dimenticata da persone e istituzioni. www.teatropatologico.org Teatro Patologico. Le luci si spengono ed eccoci immersi nello stanzone di un ospedale psichiatrico. Tito languisce in una logora vasca da bagno, farfuglia parole. La figlia Lavinia, mutilata, deambula sulla scena, gli occhi fissi sono quelli di una bambola, ci guarda sperduta. Tamora rumina le sue vendette sedendo negli angoli. I figli Demetrio e Chirone inebetiti, seminano violenza. Le vicende sanguinose del generale romano Tito, sul quale si scatena la vendetta della regina dei Goti Tamora, da lui sconfitta, si avvicendano nella gestualità e le parole degli attori- pazienti, imbottiti di psicofarmaci, infagottati in camici bianchi come pupazzi sgraziati. “Tito Andronico” è una delle tragedie più complesse e meno comprese di Shakespeare, difficile da mettere in scena per via della sequela di eventi “splatter”, omicidi, stupri, tagli di mani, figli dati in pasto su tavole imbandite, che la rendono estrema, “ esagerata”, a rischio di caduta nel ridicolo. L’operazione di D’Ambrosi è a dir poco coraggiosa. Chi conosce il suo lavoro sa che gli attori sono disabili psichici, persone che il regista ha letteralmente salvato grazie al valore terapeutico del lavoro teatrale e al carisma personale. Chi invece non dovesse saperlo assiste comunque ad una rappresentazione teatralmente potente, in linea con le avanguardie, visivamente emozionante, recitata come uno struggente gioco di bambini. I volti, i corpi, gli sguardi, colpiscono al cuore. Il mondo è un palcoscenico buffo, ci ricorda D’Ambrosi, una “favola” nel quale ci illudiamo di avere un posto prestabi- lito. Al termine della rappresentazione gli attori invitano alcuni spettatori a seguirli sulla scena, mentre loro si accomodano nelle loro poltrone. Uno scambio di posizioni, altamente simbolico: noi siamo loro e viceversa. Noi tutti siamo “idioti”, “folli”, “sofferenti”. Il cambio di prospettiva finale produce un senso di liberazione, partono gli abbracci tra attori e spettatori. Si conclude in questo modo quello che, ognuno di noi realizza, è molto di più di uno spettacolo.


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