Il ribaltone: si entra e si esce
- Redazione
- 24 ott 2019
- Tempo di lettura: 3 min
ROMA/MONDO DI MEZZO, IN CARCERE NOVE CONDANNATI MA CARMINATI E BUZZI SPERANO

ROMA. Il 'ribaltone' della Cassazione nel procedimento al Mondo di Mezzo produce effetti a poche ore dal verdetto. Per nove condannati si sono aperte le porte del carcere, per i personaggi eccellenti della maxinchiesta, in primis Massimo Carminati, si aprono spiragli per un regime carcerario meno duro e, addirittura, la scarcerazione. "È stato un terremoto, una scossa tellurica", i commenti a piazzale Clodio a meno di 24 ore dalla decisione della VI sezione penale della Suprema Corte che ha fatto cadere l'accusa di associazione mafiosa, danno il senso e il significato della sentenza. Nella notte, carabinieri del Ros e del comando provinciale, hanno dato esecuzione all'ordine di esecuzione alla carcerazione per nove persone, così come disposto dalla Procura Generale della Corte d'Appello. Una decisione presa in applicazione della legge 'Spazzacorrotti', approvata il 31 gennaio scorso e che in- troduce "misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici". Il passaggio in giudicato della sentenza ha dato immediata esecuzione alla pena detentiva, precludendo ai condannati la possibilità di richiedere e usufruire di misure alternative al carcere, come l'affidamento in prova ai servizi sociali o gli arresti domiciliari. In carcere sono finite 9 persone tra ex amministratori locali e dirigenti pubblici accusati di corruzione. In particolare, l'ex presidente dell'Assemblea Capitolina Mirko Coratti deve scontare una pena residua di 3 anni, 7 mesi e 6 giorni di reclusione, l'ex presidente del X Muinicipio Andrea Tassone per una residua di 3 anni, 11 mesi e 16 giorni. In carcere, tra gli altri, Giordano Tredicine, ex consigliere comunale, l'ex dirigente regionale Guido Magrini che deve scontare una pena residua di 2 anni, 2 mesi e 12 giorni e l'ex dirigente che si occupava della cura del Verde a Roma Claudio Turella. Il "no" al 416 bis sancito dalla Cassazione è stato recepito dagli avvocati difensori come una vittoria nel quadro generale del procedimento e in molti sono andati all'attacco senza attendere la decisione della Corte d'Appello che dovrà rideterminare le pene per una trentina di persone tra cui le 17 accusate di associazione mafiosa. "Ci aspettiamo che venga immediatamente revocato il 41bis, ovvero il regime di carcere duro, se ciò non dovesse accadere siamo pronti a fare istanza", taglia corto l'avvocato Cesare Placanica, difensore di Carminati che in secondo grado era stato condannato a 14 anni e mezzo . "In queste ore - aggiunge il penalista - stiamo valutando anche di presentare una istanza di scarcerazione nell'attesa che la Corte d'Appello di Roma ridetermini la pena". Anche i difensori dell'altro imputato "simbolo", il ras delle coop romane, Salvatore Buzzi (condannato a 18 anni e 4 mesi), potrebbero a breve presentare istanze. La decisione dei giudici, che di fatto riporta il procedimento alla sentenza di primo grado quando furono riconosciute due associazione a delinquere "semplici" che gravitavano nell'orbita dell'ex Nar e di Buzzi, ha scatenato reazioni anche da parte di chi, in prima linea, ha portato avanti una indagine che cinque anni fa ha terremotato i palazzi della politica all'ombra del Campidoglio. "Massimo rispetto di fronte a una sentenza della Corte di Cassazione ma ritengo che le pronunce non vadano usate per fini politici", afferma il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, che ha fatto parte del pool di pm dell'indagine che aggiunge: "il reato di associazione di tipo mafiosa, così come era stato concepito dall'ufficio della procura di Roma, era stato recepito dalla stessa Cassazione, in sede cautelare dal tribunale del Riesame e poi dalla Corte d'Appello". Dal canto suo il procuratore generale della Corte d'Appello, Giovanni Salvi, ribadisce che "non si esorcizza quello che è successo in questi anni prendendosela con chi ha fatto indagini. Non mi aspettavo questa sentenza, va detto che non si tratta di una creazione giurisprudenziale, non si tratta di una persona, c'è stato un intero ufficio (la Procura), poi un altro ancora (quella generale) che hanno ritenuto si potesse parlare di mafia. La Cassazione ci ha dato torto. Ne prendiamo atto, ma il lavoro fatto merita rispetto"
















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