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Il Russiagate cresce


COHEN E MANAFORT NEI GUAI, TRUMP PRENDE LE DISTANZE


WASHINGTON. Donald Trump si ritiene “scagionato” dopo gli ultimi sviluppi del Russiagate. “Dopo due anni e milioni di pagine di documenti (e un costo di oltre 30 milioni di dollari), nessuna collusione”, twitta. “Non c’è alcuna pistola fumante, non c’è nulla da impeachment”, insiste. Poi, parlando con i reporter, assicura: “L’ultima cosa che voglio è un aiuto in campagna elettorale dalla Russia”.

In realtà il procuratore speciale Robert Mueller sembra ormai sempre più vicino a bussare alla porta dello studio Ovale. Dopo la “sostanziale collaborazione” dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn sulle interazioni tra il transition team di Trump e dirigenti del governo russo, sono arrivate le nuove rivelazioni legate ad altri due ex stretti collaboratori del tycoon: Michael Cohen, a lungo suo avvocato personale, e Paul Manafort, capo della campagna presidenziale.

Mueller ha scoperto alcune carte nei memo in cui raccomanda ai giudici di tener conto nelle future sentenze delle informazioni “utili e rilevanti” fornite da Cohen sul Russiagate e delle bugie invece raccontate da Manafort, accusato di aver violato il suo accordo di collaborazione.

L’ex “fixer” di Trump inguaia il presidente su due fronti. Il primo è quello di una possibile collusione con Mosca, che secondo l’intelligence Usa interferì nelle elezioni per aiutare Trump e ostacolare Hillary Clinton.

Il legale, che stava seguendo il progetto per realizzare una Trump Tower a Mosca, ha confessato di aver avuto ripetuti contatti con i russi, tra cui uno che asseriva di essere “una persona di fiducia” del governo di Mosca e che aveva offerto alla campagna di Trump “sinergia politica”, sin dal novembre 2015.

Questa persona avrebbe proposto ripetutamente un incontro fra il tycoon e Vladimir Putin, che a suo avviso “poteva avere un impatto fenomenale non solo sul piano politico ma anche del business”.

In un procedimento distinto istruito a New York, Cohen mette in difficoltà il presidente anche per aver comprato, “in coordinamento e su ordine” di Trump,

il silenzio di due donne (la pornostar Stormy Daniels e l’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal) per evitare che le rivelazioni sui loro presunti affaire col tycoon danneggiassero la sua campagna. Si tratta di una violazione della legge elettorale, ma resta oggetto di dibattito se un presidente in carica possa essere perseguito. Su questa accusa Trump finora non ha fatto commenti.

In ogni caso i procuratori newyorchesi non intendono fare grandi sconti a Cohen per i “gravi” reati di cui si è macchiato, mentendo anche al Congresso, e sono orientati a chiedere 4 anni.

Il tycoon rischia di essere insidiato anche dalle nuove accuse contestate a Manafort, per aver mentito agli inquirenti “in molti modi e in molte occasioni”, su almeno cinque punti. Tra questi il fatto di aver mantenuto rapporti con esponenti dell’amministrazione sino allo scorso maggio, anche dopo la prima condanna a fine 2017 per frodi bancarie e fiscali legate alla sua illegale attività di lobbying. Bugie anche sui suoi rapporti con il russo Konstantin Kilimnik, un suo ex socio ritenuto legato all’intelligence di Mosca, la stessa che ha interferito nelle elezioni Usa.


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