“In Turchia comando io”
- Redazione
- 25 giu 2019
- Tempo di lettura: 2 min
ISTANBUL/ERDOGAN, INDEBOLITO DOPO LA SCONFITTA NELLA SUA CITTÀ, REAGISCE

di Cristoforo Spinella
ISTANBUL. Un tweet a caldo, per chiudere la disastrosa partita elettorale con un’immagine di fair play e provare a sminuirne la portata. E subito dopo altri due, per guardare al futuro della Turchia - “gli obiettivi del 2023” - e ribadire chi comanda. Dopo la bruciante sconfitta nella sua Istanbul, Recep Tayyip Erdogan si lecca le ferite mostrando che non gli bruciano. Finora, le sue reazioni si riducono a questi messaggi via social, per dire che in fondo sul Bosforo si eleggeva solo un sindaco, e che la Turchia è ancora saldamente nelle sua mani. Mentre il suo nuovo oppositore principe Ekrem Imamoglu prenderà il controllo del cuore economico del Paese, dove si produce un terzo della ricchezza nazionale, il presidente af- fronterà una serie di sfide che possono rivelarsi cruciali, anche per l’inedito indebolimento interno. Al G20 di Osaka questo fine settimana dovrà tentare un equilibrismo dei suoi: tenersi i missili russi S-400 - un affare da 2,5 miliardi di dollari, con la prima consegna attesa entro metà luglio - ed evitare le sanzioni americane che potrebbero affossare l’economia turca, come avvenne un anno fa. Lui si è detto fiducioso di poter convincere Donald Trump a chiudere un occhio, grazie ai loro “buoni” rapporti. Ma ai negoziati arriva con un’economia sempre più in bilico: la disoccupazione ai massimi da dieci anni, l’inflazione ufficiale sempre vicina al 20%, la lira turca in costante altalena dopo aver perso l’anno scorso un terzo del suo valore contro il dollaro - e per di più, con i mercati che hanno brindato proprio alla sua sconfitta a Istanbul. Un nuovo grattacapo potrebbe diventare il fronte interno, che era la sua forza: non solo al Paese, ma persino al partito. La decisione di forzare la mano con la ripetizione del voto sul Bosforo, giunta dopo oltre un mese di tira e molla, ha spaccato l’Akp. E ora che si è rivelata fallimentare, quel dissenso che per timori o incapacità è a lungo rimasto sepolto sta rapidamente emergendo. Tra i corridoi di Ankara si racconta che sarebbe vicino il momento tanto atteso dai suoi delfini, sempre tolti di mezzo sul più bello: l’ex premier e architetto della politica estera neo- ottomana Ahmet Davutoglu, dimesso e scomparso dalla scena alla vigilia del fallito golpe del 2016, e l’ex presidente Abdullah Gul, che Erdogan ha fatto accomodare ai margini quando ne hapreso il posto nel 2014.Con loro sarebbe pronto a schierarsi Ali Babacan, lo zar della crescita economica di Ankara nel primo decennio dell’Akp, anche lui caduto in disgrazia. Sfidare il leader sul suo terreno non sarà facile, e la loro capacità di attrarre gli elettori resta da dimostrare, ma nel campo conservatore c’è chi crede che la risposta di Istanbul - e prima ancora della capitale Ankara e di altre importanti città - sia un chiaro segnale di stanchezza. E come se non bastasse, a battere cassa potrebbe arrivare presto anche l’alleato nazionalista Mhp, i vecchi lupi grigi che oggi garantiscono la maggioranza in Parlamento. Un’altra estate di fuoco attende il Sultano.
















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