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Intesa a metà sulla riforma Eurozona



Assente il bilancio. Slitta ancora la web tax. Passi avanti sulle banche, Abi soddisfatta

BRUXELLES. La riforma dell'Eurozona c'è, ma non si vedrà. Dopo una riunione fiume durata quasi 19 ore, i ministri del- l'Eurogruppo danno il via libera ad un testo molto più corto del previsto, molto più leggero dell'auspicato. L'unico elemento concreto è il 'backstop', o paracadute finale, per il fondo salva-banche e la modifica delle regole sui requisiti di capitale con maggiora proporzionalità che favorisce, in parte, l'Italia. Per il resto, c'è poco altro. Soprattutto non ci sono né il bilancio della zona euro, né la funzione di stabilizzazione per investimenti o anti-disoccupazione, né il ministro dell'economia unico. In sostanza mancano sia gli elementi inizialmente proposti dalla Commissione Ue due anni fa, sia quelle aggiunte che la Francia di Macron ha fortemente caldeggiato immaginando una zona euro che resistesse meglio agli shock. Per completare il quadro dei 'risultati mancati', l'Ecofin ha rinviato la web tax all'anno prossimo, rinunciando all'accordo entro il 2019 per cui la Francia si batteva da oltre un anno. I ministri dell'Economia erano chiamati ad approvare le linee guida per la riforma della zona euro da mettere sul tavolo dei leader nell'Eurosummit del 14 dicembre. E' da giugno che ragionano su cosa inserire nel testo, e finora l'unico dato ac- quisito è il backstop per il salva-banche (Srf), quello che interverrà in caso di crisi di una banca grande, se il fondo Srf non dovesse bastare. Ma non si sa né quanto sarà grande, né quando entrerà in funzione: i ministri si riservano di discuterne in futuro. Anzi, l'entrata in vigore dipenderà dai progressi sulla riduzione dei rischi bancari, Npl inclusi. Un altro elemento, poco chiaro e non immediato, è il rafforzamento del fondo salva-Stati Esm: vengono semplificati i criteri che un Paese deve rispettare per accedere agli aiuti 'precauzionali', ma viene messo un grande accento sul rispetto delle regole di bilancio e sulla sostenibilità del debito. Restringendo di fatto la possibilità di accedervi, come chiedevano i paesi del Nord. Passi avanti più concreti invece sul fronte banche: con l'approvazione del cosiddetto 'pacchetto bancario' prosegue lo sforzo di riduzione dei rischi. Si punta a rafforzare il patrimonio delle banche e anche a migliorare la loro capacità di finanziare l'economia reale. In particolare, si dà una mano alle banche che devono liberarsi di grandi quantità di Npl: viene mitigato l'impatto negativo sui modelli di rischio di una maxi-cessione. Viene poi reso permanente il sistema che prevede accantonamenti più bassi per le banche che concedono prestiti alle Piccole e medie industrie (Pmi), lo 'Sme supporting factor'. Soddisfatta l'Abi che vede così accolte diverse sue proposte per calibrare in maniera più proporzionata i requisiti di capitale favorendo akcuni settori importanti per gli istituti italiani come il finanziamento alle Pmi, alle opere infrastrutturali, l'erogazione di prestiti garantiti da pensioni e redditi da lavoro dipendente (istituto della cessione del quinto)". "Le misure vanno prevalentemente nella giusta direzione, ha detto il dg Giovanni Sabatini secondo cui "numerose di queste calibrano in misura più proporzionata i requisiti di capitale per le banche". Dubbi invece sui requisiti Mrel: "E' prevalso un orientamento che impone requisiti superiori a quelli fissati dagli standard internazionali, con il rischio di mettere in svantaggio competitivo le banche europee, non solo quelle italiane", ha spiegato Sabatini. Fra le misure approvate anche la proroga, al 2024, del 'compromesso danese' che consente alle banche di non dedurre dal capitale la quota nelle assicurazioni. Una circostanza utile a Mediobanca (che possiede una quota del 13% in Generali) per rafforzare il suo capitale.


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