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Intesa con i grandi del web

  • 20 ott 2017
  • Tempo di lettura: 3 min


LOTTA AL TERRORISMO/IL VERTICE A ISCHIA DEI MINISTRI DELL’INTERNO DEL G7

ISCHIA. Bloccare i processi di radicalizzazione via web; impedire che sermoni inneggianti alla violenza, inviti al jihad, istruzioni per compiere attentati e realizzare ordigni rudimentali possano circolare liberamente in rete e arrivare a destinazione; ridurre in maniera drastica l’attività di proselitismo attraverso internet. Quella che sarà siglata oggi dai ministri dell’interno del G7 e i big di internet nel vertice che si è aperto ieri a Ischia, è un’intesa su cui si lavora da mesi e sulla quale l’Italia ha puntato molto. Perché, come ha ricordato più volte il ministro dell’Interno Marco Minniti, quasi l’80% delle radicalizzazioni avviene tramite il web e dunque è lì, e non solo nel deserto di Siria e Iraq, che bisogna intervenire. Gli strumenti per contrastare quello che il titolare del Viminale ha definito il “malware del terrore” sono di fatto già stati individuati: dei filtri che blocchino i contenuti a rischio, selezionando e isolando documenti, file audio e video contenenti alcune parole chiave, e una maggiore disponibilità dei big della Silicon Valley - da Microsoft a Google, da Twitter a Facebook, i cui rappresentanti per la prima volta saranno presenti ai lavori - a fornire, in caso di indagini sul terrorismo, quei big data sensibili di cui sono unici detentori. Ma l’alleanza strategica tra le grandi democrazie e i “signori” della rete raggiunta ad Ischia - e che nella dichiarazione finale del vertice dovrebbe trovare ampio spazio - punta, in prospettiva, a svilupparsi anche su un altro fronte a rischio: gli attacchi dei cybercriminali, singoli hacker o vere e proprie organizzazioni criminali spesso pagate dai governi, che puntano a condizionare elezioni, rubare segreti industriali, armi e dati sensibili per poi rivenderli o utilizzarli per i propri fini, attaccare e distruggere le misure di sicurezza messe a punto per tutelare le infrastrutture strategiche delle nazioni, dai servizi energetici e di telefonia fino ai sistemi di trasporto e di gestione del traffico aereo. Non è un caso che lo stesso Minniti abbia più volte ripetuto negli ultimi giorni come sia reale e concreta la “possibilità che il web sia utilizzato per influenzare e condizionare le nostre democrazie”. Un lavoro comune anche su questo fronte, dunque, non è solo un auspicio ma una necessità che i governi hanno già chiara da tempo. Ed infatti l’obiettivo “politico” a cui punta l’Italia è quello di incassare l’intesa con i grandi player della rete, in modo da mettere a punto tutta una serie di misure di prevenzione, per poi estendere il discorso anche a soggetti più piccoli ma che hanno comunque un “peso” online e milioni di utenti che viaggiano sulle loro piattaforme. Ad Ischia, dove ieri hanno sfilato un centinaio di appartenenti ai Centri sociali giunti da Napoli per contestare il vertice, non si discuterà però solo delle minacce provenienti da un uso distorto di internet. L’altro tema cruciale al centro del vertice, a cui sarà dedicata una delle tre sessioni di lavoro, è infatti quello dei “foreign fighters”. I ministri di Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Usa, assieme al commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos, a quello per la sicurezza Julian King e al segretario generale dell’Interpol Jurgen Stock, sanno bene che con la caduta di Raqqa, la roccaforte dello Stato Islamico in Siria, il rischio di un’ondata di returnees è concreto. E’ probabile, come ha sottolineato mercoledì lo stesso King, che molti moriranno cercando di lasciare la Siria e molti altri tenteranno di spostarsi in qualche altro fronte caldo per continuare il jihad. Ma è evidente che il fenomeno vada monitorato con estrema attenzione. Dei 25-30mila che sarebbero partiti da un centinaio di paesi, molti sono morti in battaglia, ma alcune migliaia potrebbero rientrare in patria. Dunque anche in Europa, da cui sarebbero circa 5mila i combattenti che hanno raggiunto Siria e Iraq, e in Italia, dove si stima in poco meno di 130 il numero di coloro che hanno avuto a che fare con il nostro paese. “La più grande legione straniera mai vista” l’ha definita più volte Minniti, che ha spesso invitato a guardare anche all’altro aspetto fondamentale di questo fenomeno, vale a dire la necessità di mettere a punto dei percorsi di deradicalizzazione. Perché, ha sostenuto, “una democrazia seria deve offrire a chi torna dal fronte un’alternativa a fare il terrorista”.


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