Jihadista “fai da te”: 4 anni
- Redazione

- 16 nov 2018
- Tempo di lettura: 2 min

IL TRIBUNALE DI ROMA CONDANNA PALESTINESE CHE SI ERA AUTOADDESTRATO IN RETE
ROMA. Si era radicalizzato, pronto a morire da martire. In rete aveva cercato armi e mezzi pesanti in vista di un'azione terroristica. Ieri il gup di Roma ha condannato il jihadistaAbdel Salem Napulsi a quattro anni per il reato di autoaddestramento. Si tratta della prima sentenza per questo reato inflitta dal tribunale capitolino. Il 38enne palestinese era stato raggiunto da un provvedimento di custodia cautelare in carcere, nel marzo scorso, mentre era già detenuto a Regina Coeli per reati di droga. L'uomo era coinvolto nelle indagini, condotte dalla Digos di Roma e Latina, sulla rete italiana di fian- cheggiatori dell'attentatore di Berlino, Anis Amri. Il giudice, al termine di un processo svolto con rito abbreviato, ha, inoltre, disposto l'espulsione dall'Italia di Napulsi al termine della pena. Il gup ha, quindi, accolto in pieno la richiesta di condanna avanzata dal pm Sergio Colaiocco. Secondo il capo di imputazione il palestinese, dopo avere sposato la causa del fondamentalismo islamico, ha cercato in rete "istruzioni sull'uso di armi da fuoco, tra cui anche un lancia razzi" e nel deep web "la possibilità di acquistare mezzi di trasporto pesanti come camion o pick up idonei a montare armi da guerra, nonché a scaricare e visionare modalità di acquisto di armi finalizzati ad arrecare - è detto nel capo d'accusa - grave danno al Paese". Grazie anche ad all'attività di intercettazione, gli inquirenti hanno potuto riscontrare il processo di radicalizzazione di Napulsi che in alcune telefonate, tra il giugno e l'agosto del 2017, ha manifestato la sue idee che puntavano alla liberazione della Palestina, il ripristino della "gloria dell'Islam", l'ostilità per il femminismo e in generale l'ostilitàalla "modernizzazione e globalizzazione occidentale". Un quadro probatorio che portò i giudici del Riesame a scrivere che Napulsi non si è limitato "a soddisfare una pulsione di conoscenza", ma ha tradotto le informazioni raccolte anche attraverso internet "per porre in essere comportamenti marcati dalla finalità terroristica, secondo il modello del cosiddetto pericolo concreto". Gli altri arrestati del marzo scorso (quattro cittadini tunisini che vennero bloccati a Napoli e Caserta) sono attualmente sotto indagine per il reato di falso nel capoluogo partenopeo. Sono accusati di avere contraffatto alcuni documenti. Intanto, il Viminale rende noto che un kosovaro e un tunisino sono stati espulsi con accompagnamento alla frontiera in quanto ritenuti "pericolosi per la sicurezza dello Stato per la loro contiguità ad ambienti dell'estremismo islamico". Entrambi avevano inneggiato al jihad ed allo Stato islamico. Salgono così a 349 le espulsioni eseguite dal gennaio 2015 ad ieri, di cui 112 nel 2018.
















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