“L’Amazzonia a fuoco per interessi di alcuni”
- Redazione
- 7 ott 2019
- Tempo di lettura: 2 min
‘J’ACCUSE’ DEL PAPA AL SINODO DEI VESCOVI

di Manuela Tulli
CITTÀ DEL VATICANO. E’ un fuoco che ha dietro precisi interessi quello che sta mandando in cenere tanta parte della foresta amazzonica, un fuoco che non viene da Dio. Il ‘j’accuse’ arriva da Papa Francesco che ieri ha aperto, con la messa nella basilica vaticana, il Sinodo sull’Amazzonia. Presenti in Vaticano anche i leader dei popoli indigeni con i loro visi dipinti e i copricapo piumati. “Il fuoco appiccato da interessi che distruggono, come quello che recentemente ha devastato l’Amazzonia, non è quello del Vangelo”, ha sottolineato il Papa aggiungendo che “il fuoco di Dio è calore che attira e raccoglie in unità. Si alimenta con la condivisione, non coi guadagni. Il fuoco divoratore, invece, divampa quando si vogliono portare avanti solo le proprie idee, fare il proprio gruppo, bruciare le diversità per omologare tutti e tutto”. L’indice è puntato contro i tanti interessi delle multinazionali che stanno depredando il ‘polmone’ del mondo ma anche implicitamente contro il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, che non ha fatto mistero di volere favorire investimenti industriali e costruzioni nella più grande foresta del mondo che per lui non può essere considerata “patrimonio dell’umanità”. Ma il messaggio di Papa Francesco è diretto anche alla sua Chiesa che deve saper “rinnovare i cammini” perché “tanti fratelli e sorelle in Amazzonia portano croci pesanti e attendono la consolazione liberante del Vangelo, la carezza d’amore della Chiesa”. E allora innanzitutto occorre evitare “nuovi colonialismi” e rispettare le culture anche nel modo di vivere ed esprimere la propria fede. “Quando senza amore e senza rispetto si
divorano popoli e culture - ha sottolineato Papa Francesco nell’omelia della messa in basilica - non è il fuoco di Dio ma il fuoco del mondo. Eppure quante volte il dono di Dio non è stato offerto ma imposto, quante volte c’è stata colonizzazione anziché evangelizzazione! Dio ci preservi dall’avidità dei nuovi colonialismi”, ha esortato il Papa. Un nodo, questo, di una evangelizzazione a misura di cultura indigena, senza esportazione di modelli occidentali, che sarà tra i temi del confronto tra i vescovi che si aprirà oggi in Vaticano. Così come delicata è la questione delle nuove vie da sperimentare nella pastorale in una regione sterminata in cui i preti scarseggiano. “Rinnovare i cammini”, è l’invito del Papa e nell’instrumentum laboris, il documento di lavoro sul quale si confronteranno i 184 padri sinodali, si ipotizza per quelle aree anche il superamento del celibato sacerdotale con i cosiddetti ‘viri probati’ e anche un maggiore protagonismo delle donne nell’espletamento di alcune funzioni ecclesiali. La Chiesa non può stare “mai ferma”, non può farsi “soffocare dai timori e dalla preoccupazione di difendere lo status quo”, ha avvertito Francesco con un messaggio indiretto all’ala conservatrice che osteggia questa assise in Vaticano e che teme le possibili novità in arrivo. Ma d’altronde la fede non è quella di chi “fa finta di essere un grande credente”, sono ancora le parole di Bergoglio, questa volta pronunciate all’Angelus”, che poi finisce per fare anche “figuracce”
















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