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L’anno bollente di Trump



VITTORIE, SCONFITTE E POLEMICHE (TANTE) NEL SUOI PRIMI 12 MESI DI PRESIDENZA

WASHINGTON. Donald Trump chiude domani il suo primo anno alla Casa Bianca con uno storico primato di impopolarità personale interna e degli Usa nel mondo, una significativa vittoria legislativa sulle tasse che ha fatto volare la Borsa ma anche una montagna senza precedenti di polemiche, scontri e sconfitte che hanno diviso e isolato l’America. L’ultimo episodio riguarda il muro al confine col Messico. Ieri un Trump infuriato ha twittato che la sua idea di muro “non è mai cambiata o evoluta”, smentendo così il capo del suo staff John Kelly, il quale mercoledì aveva sostenuto che alcune delle promesse elettorali del tycoon sull’immigrazione erano “non informate” adeguatamente. E ha confermato che a pagarlo, “direttamente o indirettamente”, sarà il Messico. “I 20 miliardi di dollari per il muro sono ‘noccioline’ rispetto a quanto guadagna il Messico dagli Usa. Il Nafta è un brutto scherzo!”, ha insistito il presidente, che continua a minacciare di cancellare l’accordo commerciale nordamericano. I primi 12 mesi del magnate-presidente sono stati vissuti tumultuosamente su un ottovolante, sino al rischio oggi di uno shutdown: dai continui colpi di scena di un Russiagate sempre più insidioso alla guerra contro i media “Fake News” culminata in un controverso premio promosso dal tycoon, dalle ripetute accuse di molestie sessuali alle ombre di tradimenti coniugali anche con una pornostar, dalle nuove tensioni internazionali tra i timori di una guerra nucleare con la Corea del Nord al gelo con gli alleati europei, dalle raffiche di tweet incendiari agli scontri quotidiani nel perenne caos della Casa Bianca. Il bilancio di questo primo anno è più ombre che luci. Secondo un sondaggio Gallup, il tycoon ha il più basso tasso medio di approvazione di qualsiasi presidente, il 39%, una percentuale che nelle elezioni di midterm a fine anno potrebbe far perdere ai repubblicani il controllo del Congresso e bloccare la sua agenda. Non solo. Sotto la sua presidenza la fiducia globale nella leadership Usa è crollata ad un nuovo minimo: dal 48% dell’epoca Obama al 30%, poco sopra la Russia (27%) ma soprattutto dietro la Cina, ora al secondo posto (31%). Lo scettro della credibilità è in mani tedesche (41%). I risultati confermano alcune delle più forti preoccupazioni degli analisti di politica estera negli Usa e in Europa, secondo cui l’approccio di Trump, riassunto nello slogan “America first” e combinato col suo carattere volubile e irascibile, sta indebolendo la coesione tra le democrazie occidentali nel mezzo di una crescente sfida da autocrazie come la Cina e la Russia. L’unico successo in Congresso è stata la riforma fiscale, mentre l’abolizione dell’Obamacare è stata un fiasco. Tutto quello che Trump ha fatto è passato attraverso provvedimenti esecutivi, in gran parte per smantellare l’eredità di Obama: dall’accordo di Parigi su clima al Ttp, dall’intesa sul nucleare iraniano al disgelo con Cuba, dalla protezione dei Dreamers alla deregulation in campo ambientale ed energetico. Compromesso pure il processo di pace in Medio Oriente, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Il bando ai musulmani è sopravvissuto solo dopo una lunga battaglia legale ma ha alimentato le accuse di razzismo, insieme ad altri episodi, come la battuta contro l’immigrazione da certi “cessi di Paesi”.

L’idoneità di Trump a guidare il Paese è stata rimessa in dubbio recentemente dal libro “Fire and Fury” di Michael Wolff, dove il suo stesso entourage lo dipinge come un “idiota”. Ma dopo aver superato i test medici e intellettivi, l’unica vera minaccia per il presidente resta il Russiagate. Il procuratore speciale Robert Mueller sta stringendo il cerchio sui suoi famigliari e sul suo inner circle: il prossimo ad essere interrogato sarà l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon, che dopo essere stato licenziato e ripudiato da Trump potrebbe volersi togliere qualche sassolino dalle scarpe.


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