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L’ultimo appello di Cameron

  • 22 giu 2016
  • Tempo di lettura: 4 min

BREXIT/ALTALENA NEI SONDAGGI, L’USCITA DALL’UE “SAREBBE IRREVERSIBILE”


LONDRA. Altre volte “ho sbagliato”, ma questa volta “seguitemi” perché girare le spalle all’Ue sarebbe un scelta “irrever- sibile”. Una scommessa sulla pelle delle generazioni future. David Cameron fa un bagno di umiltà e gioca la carta estrema: parlare a cuore aperto ai britannici - a due giorni dal voto sulla Brexit - in un appello accorato, a tratti drammatico, trasmesso in diretta tv dinanzi al numero 10 di Dow- ning Street, portoncino-simbolo di una nazione. Sono gli ultimi fuochi di una cam- pagna referendaria cha ha diviso, persino intossicato il Regno Unito.

E su cui ha finito per proiettarsi addi- rittura l’ombra d’un omicidio politico, quello che ha visto la deputata laburista

Jo Cox - paladina dei mi- granti, della Siria e dell’in- tegrazione europea - cadu- ta giovedì scorso a Birstall, nel nord dell’Inghilterra, sotto i colpi di un oscuro estremista di destra. “Uc- cisa per le sue idee”, se- condo il marito Brendan. La partita, dicono esperti e analisti vari, è ancora aper- ta. Il fronte del sì all’Euro- pa (Remain), un po’ per i timori dell’ignoto, un po’ forse per l’emozione susci- tata dall’agguato di Bir- stall, riprende quota in cer- te previsioni: i mercati ti-

rano un sospiro di sollievo e sembrano crederci, mentre un ultimo sondaggio pub- blicato da una fonte insospettabile (l’eu- roscettico Telegraph, schieratosi ufficial- mente per il divorzio da Bruxelles con un endorsement esattamente opposto a quel- lo del progressista Guardian) lo dà oggi 7 punti avanti rispetto a signornò di Leave.

Ma la media di tutte le rilevazioni de- moscopiche fatta dal Financial Times dà ancora il Leave in vantaggio di un punto (45% a 44) e i consulenti del giornale della City si trincerano dietro la formula del ‘too close to call’. Senza contare il ricordo della figuraccia fatta dai sondaggisti del regno alle politiche del 2015. Lynton Cro- sby, spin doctor australiano chiamato a fare il pifferaio magico di elettori in giro per il mondo, predica in effetti cautela: troppa emozione in questi giorni, e troppo volatili le opinioni dei sudditi di Sua Ma- està su un quesito che solletica istinti pro- fondi, per sbilanciarsi. La sua idea è che al dunque tutto si deciderà “sul filo di lana”. Cameron sembra d’accordo e si mostra preoccupato. Nella battaglia per evitare di rompere i ponti con il continen- te si uniscono a lui le voci più disparate:

da paladini del glamour come i coniugi Beckham (con Victoria impegnata in un botta e risposta con i seguaci di Nigel Fa- rage) al vecchio socialista Jeremy Cor- byn, sempre fuori moda, che non esclude conseguenze per la poltrona del premier in carica dopo il 23 e dice che il Labour “è pronto a nuove elezioni”, ma non spe- cula su un’ipotetica sconfitta referendaria di Cameron. Poiché la Brexit porterebbe solo “ulteriore austerity” e i loro alfieri usano “argomenti disgustosi” sull’immi- grazione.

L’inquilino di Downing Street in ogni modo s’attende un testa a testa alle urne domani, come azzarda in un’intervista an- ticipata dal Ft in cui bacchetta quei busi- nessman e quelle aziende che non hanno fatto abbastanza per sostenere la vittoria di Remain: in barba ai “benefici econo- mici immediati che - dice - ne derivereb- bero”.

Fra costoro non c’è certo George So- ros, che sul Guardian fa la sua parte con- tro l’opzione Leave evocando minaccio- so “un venerdì nero sulla sterlina” in caso di Brexit. E conseguenze a lungo termine sulle tasche della gente comune. Ed è ai britannici comuni che il primo ministro conservatore si rivolge nel suo discorso del portoncino. Non tanto con i toni del condottiero, quanto con quelli di una con- fessione pubblica.

Fa apertamente mea culpa per non aver preso sempre le decisioni giuste come

capo del governo. E lascia intendere di comprendere chi lo accusa di incoerenza per avere a lungo cavalcato la polemica contro Bruxelles e convocato egli stesso - per calcoli di politica interna - un refe- rendum che oggi spacca il suo governo, il suo partito e soprattutto il Paese.

Ma sull’indicazione di voto per il 23 non ha dubbi: “E’ una decisione cruciale” per la Gran Bretagna, dice, sottolineando che oggi il suo compito è quello di ispira- re “la scelta giusta per proteggere” la Na- zione.

Il Paese, insiste, sarà “più prospero economicamente, più forte e più sicuro” se resta nell’Unione. Più prospero perché il mercato unico garantisce investimenti e posti di lavoro; più forte perché in Euro- pa il Regno Unito può avere “un ruolo lea- der” sui dossier che gli stanno più a cuore (dal cambiamento climatico alla sfida in politica estera contro la Russia); più si- curo perché “il terrorismo” lo si contrasta meglio “cooperando con i Paesi vicini”. Poi, rivolgendosi alla sua generazione e a tutti gli over 50, tendenzialmente più eu- roscettici, assicura di capire, anzi condi- videre, certe loro “frustrazioni” verso Bru- xelles.

Ma li invita a non buttare via il bam- bino con l’acqua sporca. E soprattutto a pensare “ai figli e nipoti”, abituati “a viag- giare” in un’Europa senza confini: perché votare Leave sarà “una scelta irreversibi- le”. Anche per loro.


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