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La grande forza dei poveri

  • 13 mar 2018
  • Tempo di lettura: 3 min


LA CHIESA CELEBRA IL QUINTO ANNIVERSARIO DEL PONTIFICATO DI FRANCESCO

CITTÀ DEL VATICANO. “Cinque anni fa erano davvero pochi quelli che avevano saputo prevedere l’elezione in conclave dell’arcivescovo di Buenos Aires, e meno ancora quanti si aspettavano il nome che avrebbe scelto il successore di Benedetto XVI dopo la rinuncia al pontificato, per la prima volta dopo sei secoli. Eppure l’attesa di quel nome c’era, come ventilavano alcuni elettori e come apparve stranamente nell’immagine rilanciata durante il conclave dalle televisioni di un uomo vestito di saio inginocchiato, sotto la pioggia gelida che cadeva su piazza San Pietro, con un cartello al collo su cui si leggeva ‘papa Francesco’”.

Lo scrive il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, nell’editoriale dedicato ai cinque anni del pontificato di Papa Francesco. “Nessun pontefice aveva scelto di chiamarsi Francesco”, ricorda Vian sottolineando che “all’inizio del sesto anno di pontificato appare chiara la forza di quel nome, che Bergoglio volle spiegare ai giornalisti incontrati tre giorni dopo l’elezione. Nome che evoca la figura di san Francesco per tre motivi: l’attenzione e la vicinanza ai poveri, raccomandate al nuovo pontefice da “un grande amico” (il cardinale brasiliano Claudio Hummes che gli stava accanto in Sistina) quando ormai i voti avevano superato i due terzi necessari, la predicazione di pace, la custodia del creato. Tre componenti del messaggio cristiano che stanno caratterizzando lo svolgersi dei giorni del primo papa americano, che è anche il primo non europeo da quasi tredici secoli e il primo gesuita”. Per il direttore del giornale della Santa Sede “indicando la necessità per la Chiesa di uscire nelle periferie reali e metaforiche del mondo per annunciare il Vangelo, l’arcivescovo di Buenos Aires tracciava poco prima del conclave le linee di un pontificato essenzialmente missionario, linee che di lì a pochi mesi sarebbero state sviluppate nel lungo documento programmatico Evangelii gaudium. Gioia, sì, nonostante le persecuzioni e il martirio di tanti cristiani, nonostante lo squilibrio che cresce tra nord e sud del mondo, nonostante quella guerra mondiale ‘a pezzi’ tante volte denunciata, nonostante la devastazione del pianeta a danno innanzi tutto dei poveri descritta nella Laudato si’, un’enciclica accolta con interesse e con speranza anche da moltissime persone che nella Chiesa sembrano non riconoscersi. Come ben al di là dei confini visibili della Chiesa arriva la parola semplice e appassionata di un cristiano che, portando un grande peso, chiede ogni giorno di pregare per lui”. Il cardinale tedesco Walter Kasper, teologo tra i più stimati da papa Francesco, ha scritto una relazione che fa il punto sui cinque anni di pontificato di papa Francesco, in occasione della presentazione dei volumi della Lev, la Libreria Editrice Vaticana, sulla teologia di Papa Francesco. Papa Francesco, con la sua rivoluzione pastorale che poggia su solide basi teologiche, “ha suscitato” la reazione di due fronti: da un lato “le paure di un conservatorismo fondamentalista”, dall’altro “la sua visione delude molti riformisti liberali in Occidente” spiega Kasper. Ma “il suo programma non è liberale ma radicale nel senso che va alle radici, per questo Francesco non parla di riformismo ma di conversione”. “Come ogni profezia - ha osservato Kasper - molto resta ancora aperto ma è sbagliato ridurre papa Francesco a un pragmatismo indifferente per la Verità”. Il punto nevralgico per comprendere gli insegnamenti di Bergoglio, secondo Kasper, sta nella visione del concetto di “coscienza” che unisce i cristiani anche ai non credenti. “L’Assoluto - ha spiegato - ci viene incontro nella Storia” mentre non si può pretendere che gli uomini siano perfettamente aderenti ai dieci comandamenti “nemmeno San Francesco lo era” ma questa visione è “opposta a un adattamento comodo alle situazioni, è piuttosto una chiamata al discernimento delle situazioni secondo la legge della gradualità che non è gradualità della legge”. Lo sviluppo di una tale visione della coscienza, ha continuato Kasper, in Francesco ha anche conseguenze “politico-sociali”. “Consapevole dello sviluppo rapidissimo dell’urbanizzazione, Francesco si preoccupa della pastorale delle grandi città e non vuole che la Chiesa resti ferma all’ autoreferenzialità ma vuole una Chiesa in uscita, una pastorale autenticamente missionaria”. Anche qui si dispiega l’orizzonte di una Chiesa che “non può sostituirsi alla coscienza ma sollecita la persona a una presa di coscienza della sua situazione davanti a Dio. La coscienza, come dice il Concilio Vaticano II, è il santuario della persona e in un santuario non si può entrare con le scarpe ai piedi”. Ci sono molte sfide aperte per papa Francesco. Tra queste “la pace nel mondo, la giustizia sociale, i poveri, gli immigrati e la sfida ecumenica perchè in questo mondo globalizzato dobbiamo parlare con una sola voce, pertanto l’ecumenismo è molto attuale” conclude il cardinale Kasper, che è anche presidente emerito del pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani.


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