La Procura la spunta sul Riesame: in carcere i boss della ‘Montagna
- 29 giu 2018
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PALERMO. Alla fine l’ha spuntata la Procura di Palermo e i boss che erano stati messi in libertà per un vizio di forma sono tutti tornati dietro le sbarre. I carabinieri del Comando provinciale di Agrigento, infatti, hanno arrestato, per la seconda volta, dieci capimafia delle cosche agrigentine e palermitane del maxiblitz 'Montagna' poi scarcerate dal tribunale del Riesame. Inoltre, hanno notificato un obbligo di dimora a un undicesimo indagato.
In manette sono tornati boss ed estorsori già arrestati a gennaio scorso ma scarcerati dai giudici della Libertà, nei mesi scorsi, i quali avevano annullato per difetto di motivazione ben 13 misure cautelari sostenendo che il gip che aveva disposto i provvedimenti si fosse limitato a fare un copia e incolla della richiesta di arresto depositata dai pm Gery Ferrara, Claudio Camilleri e Alessia Sinatra.
La Procura di Palermo aveva fatto ricorso contro la decisione e, in attesa del pronunciamento definitivo della Cassazione, ha ottenuto la riconferma del provvedimento originale.
Il blitz Montagna era stato salutato come un momento storico della lotta alla criminalità perché aveva superato un muro di omertà storico, per la prima volta. Decine di commercianti e imprenditori della provincia, per anni vittime del racket avevavo infatti iniziato a collaborare con gli inquirenti facendo nomi e cognomi degli esattori del pizzo.
Un paradosso accaduto in una provincia che è stata teatro della più grossa operazione antimafia mai fatta nella zona. Cinquantasette arresti, con boss di prima grandezza finiti in cella insieme ad esattori del pizzo, gregari e prestanomi.
L'avevavo chiamata "operazione Montagna" perché a tappeto sono stati disarticolati i vertici di tutti i clan dell'area montana. Cosche come quella di Raf- fadali, Aragona, S. AngeloMuxaro e San Biagio Platani, Santo Stefano di Quisquina, Bivona, Alessandria della Rocca, Cammarata e San Giovanni Gemini sono rimaste "orfane" dei loro capi, come Antonino Vizzì e Luigi Pullara.
L'indagine, coordinata dal Procuratore Francesco Lo Voi, racconta di una mafia che parla un linguaggio antico, perpetua organigrammi tradizion- ali, fa affari con la droga e le estorsioni e si vanta di esistere "fin dalla storia del mondo".
Ma non disdegna business nuovi. Ovunque ci siano fondi pubblici su cui mettere mano i clan accorrono. Dall'inchiesta è emerso, infatti, tra l'altro, che il capomafia di Cammarata Calogerino Giambrone avrebbe cercato di infilarsi nella gestione di una coop, la San Francesco di Agrigento, che si occupa di accoglienza di migranti.
















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