top of page

Le 205 storie da raccontare



NEW YORK/LA COMMEMORAZIONE DELL’11 SETTEMBRE MARTEDÌ AL CONSOLATO

NEW YORK. La mattina dell’11 settembre 2001, David De Feo arrivò al lavoro con largo anticipo. Quel pomeriggio avrebbero consegnato gli elettrodomestici nella casa appena comprata con la moglie Sofia, ed occorreva che lasciasse prima l’ufficio, al 104simo piano della South Tower. Il destino fu diverso per Angelo Sereno. Era elettricista di impianti di condizionamento, ad un paio di isolati dal World Trade Center, ma il suo sogno era entrare nel Fire Department, a cui aveva inviato la richiesta di assunzione. Al dispiegarsi delle sirene, Luigi lasciò il posto di lavoro per seguire i vigili del fuoco diretti verso quello che qualche ora dopo divenne Ground Zero. Fu una scena che i colleghi avrebbero raccontato alla madre tempo dopo. Qualla mattina, Luigi Calvi era invece davanti al computer. Godeva di una vista di cui era felice. Tre mesi prima, quando era stato assunto da Cantor Fitzgerald, gli avevano infatti assegnato una scrivania con panoramica sull’Hudson e sul New Jersey, dove abitava. Era nato sul Vomero, conosceva perfettamente l’italiano, ed erastato assegnato ai cambi con Piazza Affari. Sono frammenti di tre delle 205 storie da raccontare. Appartengono ad altrettanti italiani ed italoamericani (una di loro era incinta) scomparsi l’11 settembre. Di alcu- ni sono stati trovati i corpi, di altri solo una tessera di riconoscimento. “Dopo 17 anni ci ritroviamo qui a com- memorarli” ha annunciato Francesco Ge- nuardi, console generale di New York, quando martedì ha ospitato l’annuale ricorrenza a Park Avenue. Maria Angela Zappia, neo ambasciatore italiano all’Onu, ha aggiunto: “Ero a New York con mio marito ed i miei figli, per cui dell’11 settembre ho ricordi molto personali. Ma occorre pensare anche che l’Italia è stata tra i promotori del primo, storico intervento della Nato a favore di un Paese membro aggredito. Da quei giorni noi italiani siamo in Afghanistan, ed anche noi abbiamo pagato un tributo alla lotta contro il terrorismo”.In sala, martedì, c’erano anche un rappresentante del Dipartimento dei vigili del Fire Department, Jeffrey Faccinelli (Batalion Chief), dello Stato di New York, Aries Delaclus (Manhatan Representative), il nunzio apostolico all’Onu, Bernardito Auza, ed il parroco della chiesa di Our Lady of Pompeii, don Leonil Chiarello. Proprio Chiarello ha iniziato la commemorazione recitando la preghiera di Papa Francesco quando, nel settembre del 2015, fece visita al memoriale di Ground Zero. La serata apparteneva non certo ai diplomatici o alle autorità, piuttosto a quei 205 nomi ed ai loro familiari in sala. “Mi aiuta sempre essere a cerimonie del genere - ha spiegato in italiano Emmelina De Feo, sorella di David - non solo per ricor- dare mio fratello, ma anche tutti quelli che hanno cercato di aiutarlo e che non ci sono più”. I 205 nomi sono stati letti da alcuni funzionari del consolato, ma anche da vari rappresentanti della comunità. Tra cui Anthony Colasanto, che quel giorno perdette il figlio: “È come se fosse qui, questa sera, con tutti noi. Lo sento. Mio figlio amava l’Italia, aveva studiato a Siena”. Un ricordo più esteso è stato dedicato proprio a David De Feo, ultimo ad essere stato aggregato alla lista degli scomparsi certificati. A leggere una pagina condensata della sua biografia, scritta dalla sorella, è stata Silvana Mangione, vice segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Vale la pena menzionarla perché in quasi 37 anni, Davide De Feo aveva vissuto un’esistenza intensa quanto interessante. Nato da una coppia emigrata dal Cilento, fu cresciuto a Corona, nel Queens, quando il quartiere era animato da una consistente comunità italiana. Nel 1982 entrò nel servizi segreti, e scomparve alla vista ed alla conoscenza della famiglia per quattro anni. Nel 1990 si laureò in psicologia a CUNY, e fu assunto dalla scuola media Leonardo da Vinci a Corona, dove conobbe Sofia, che diverrà sua moglie. Divenne infine capo dei servizi informatici da Sandler O’Neil, che aveva sede al World Trade Center. Dietro il lavoro di ricerca e pubblicazione dei caduti di Ground Zero c’è uno dei personaggi principali della comunità ita- liana del New Jersey, Giulio Picolli. “La scintilla della mia raccolta - spiega Picolli - nacque dalla perdita del mio figlioccio, Luigi Calvi, ebbe un impulso quando ascoltai la superficialità con cui Bruno Vespa in diretta annunciava che non c’erano italiani al World Trade Center. Infine visse il culmine quando, nei giorni successivi alla tragedia, constatai che centinaia di famiglie italoameriane brancolavano nel buio: nessuno dava loro informazioni sui loro familiari scomparsi, consolato, ospedali, obitori”. La ricostruzione giunse “prevalententemente dalla pubblicazione del New York Times, poi da altri giornali, ma anche da alcuni amici del consolato che non opera- vano in via ufficiale. Originariamente i nomi erano molti di più, circa 490, occorse tempo ed un viaggio ad Ellis Island per le verifiche. Ci sono stati dei ritardi, come quello relativo ad Angelo Sereno, ad esempio. Oggi un riferimento è naturalmente la fondazione 9/11". Picolli ritiene che “gli italiani di nascita morti l’11 settembre siano circa venti. Ma ricordiamoci che nel Tristate la presenza dell’italianità risale a circa il 35 per cento della popolazione”.


Commenti


bottom of page