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Ma che musica Maestro


RICCARDO MUTI CELEBRA CINQUANT’ANNI DI CARRIERA CON UNO SHOW A BERGAMO


BERGAMO. Cinquant'anni di carriera e non sentirli: Riccardo Muti ha festeggiato il mezzo secolo di attività improv- visando a Bergamo (dove ha fatto il suo debutto sul podio il 27 novembre 1966) un one-man show alla cerimonia con cui il sindaco, Giorgio Gori, gli ha consegnato la medaglia d'oro della città. Fra ricordi di carriera, bordate ai politici e ai registi d'opera (soprattutto stranieri), richiami all'importanza della musica e all'italianità, con tanto di appello al rientro a Firenze della salma del compositore Luigi Cherubini, Muti ha incantato il pubblico che ha assistito al consiglio comunale straordinario, riunito in suo onore, con la partecipazione anche del presidente della Lombardia, Roberto Maroni, e del vescovo, Francesco Beschi. Il tutto in attesa del concerto serale, clou del neonato festival Donizetti, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà in città anche oggi per l'inaugurazione dell'anno accademico dell'università. Il maestro napoletano - che si è diplomato al Conservatorio di Milano prima di prendere la guida dell'orchestra del Maggio Fiorentino, poi della Scala e ora della Chicago Symphony Orchestra - ha deciso di esibirsi con l'orchestra giovanile Cherubini. E proprio dei giovani ha parlato chiedendo ai politici non solo di discutere dell'importanza della musica e della cultura, ma anche di fare qualcosa. Perché "fare musica insieme è fondamentale per la società". Musica significa "abituarsi all'ascolto", capacità di cui i politici avrebbero un gran bisogno. "Io sono abituato aseguire venti linee di suono in orchestra, ma quando guardo la tv non capisco niente perché in genere vi sono tre persone che parlano insieme, una cacofonia che non serve". Come in orchestra, anche in politica ci vuole "un leader". "Non è necessario che venga amato ma rispettato" ha ag- giunto, perché deve convincere "100 persone diverse a seguire la sua idea", a cercare "il bene comune". Essenziale poi è sapere quello di cui si parla: "rem tene, verba sequentur" ha detto citando Catone. "Quindi - è l'invito fatto ai ragazzi presenti - bisogna studiare". "Io sono il prodotto della scuola italiana e ne sono fiero - ha raccontato fra gli applausi -. In un periodo di anni fa, quando avevo 27- 28 anni questa mia italianità mi procurò fastidi e incomprensioni. Qualcuno pensò che fossi eccessivamente italico". "Spero che per i miei figli e per i miei nipoti, per i vostri figli e i vostri nipoti l'identità della nostra terra non venga scalfita perché ha procurato bellezza e cultura". Un patrimonio che va difeso anche dai registi d'opera, soprattutto stranieri, che non capiscono le finezze linguistiche dei libretti e "brutalizzano" le opere. "Ad esempio, la Traviata alla Scala" ha iniziato a dire, salvo fermarsi per evitare polemiche. Per questo lui ha deciso di non fare più opere in forma scenica, se non l'Aida in programma il prossimo anno al festival di Salisburgo. "Non voglio pensare che son passati 50 anni perché non me li sento addosso - ha concluso -. Allora avevo paura perché cominciavo, ora perché devo dimostrare che 50 anni non sono passati invano".


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