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May alla Sturgeon: uniti si conta

  • 28 mar 2017
  • Tempo di lettura: 3 min


BREXIT/LA PREMIER TENTA DI CONVINCERE LA LEADER SCOZZESE IN VISTA DEL BIENNIO DI NEGOZIATI CON L’UE

LONDRA. Si apre sul fronte interno, per Theresa May, fra le folate di vento della riottosa Scozia, la settimana della Brexit, quella in cui la Gran Bretagna si appresta a dare un giro alla roulette della storia: attivando mercoledì l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, passo senza ritorno (forse) sulla strada del divorzio dall'Unione Europea. La signora di Downing Street tenta di serrare le file in seno al regno di Sua Maestà, a due giorni da quel momento fatale e in vista di un biennio di negoziati con l'Ue che s'annunciano problematici, carichi d'insidie e incognite. Per farlo ha iniziato dalla sfida più difficile, quella del territorio del nord, dove la maggioranza è anti-Brexit e dove la first minister, Nicola Sturgeon, è tornata a soffiare sulla secessione scozzese. Giusto oggi il parlamento locale d'Edimburgo è chiamato a votare sulla richiesta di un referendum bis sull'indipendenza: voto che si scontra col no preventivo di Londra, secondo cui se ne potrà riparlare magari fra una mezza dozzina d'anni, e che nondimeno resta all'ordine del giorno dopo il rinvio d'una settimana fa sull'onda dello shock per l'attacco terroristico solitario di Westminster. "Insieme siamo una forza inarrestabile", è l'appello che la premier britannica ha provato a lanciare prima di vedere riservatamente Sturgeon a Glasgow. Anche se i maldipancia del Paese s'al- largano all'Ulster e persino alla capitale: col sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, in missione per conto suo a Bruxelles e Parigi. "Non è ora il tempo" di una nuova consultazione sul futuro della Scozia, ha insistito lady Theresa, non è il tempo di un regno "indebolito o diviso". Al contrario, ha affermato, la Brexit può essere un'occasione per "rafforzare l'unione fra le nazioni" britanniche (l'Inghilterra e la Scozia, ma pure il Galles e quell'Irlanda del Nord alle prese in questi giorni con nuove tensioni fra repubblicani anti-brexiter e unionisti allineati). La sua idea fa leva su una Gran Bretagna compatta che rivendica il peso nelle sue missioni militari all'estero; la quota di aiuti internazionali forniti nel mondo; la capacità d'attrarre investimenti stranieri anche nella fase di transizione verso l'addio al club dei 28, comeconfermano i 5 miliardi di sterline messi freschi freschi sul piatto dal Qatar. Diffi- cile dire che il discorso abbia fatto breccia sull'altra donna forte dell'isola. È stato un incontro "cordiale", si è limitata a concedere Nicola Sturgeon dopo l'appartato faccia a faccia in tailleur scuro concluso in un hotel di Glasgow senza dichiarazioni congiunte. Per poi dirsi comunque "frustrata" da un dialogo da cui continua a ricavare l'impressione che la volontà della Scozia e della sua gente "non sia ascoltata". Come dire che le rassicurazioni di May sull'intenzione di negoziare con Bruxelles un accordo attento agli interessi di tutte le nazioni del regno (entro la scadenza dei due anni prevista dal Trattato di Lisbona) non bastano. Che il braccio di ferro sul referendum è destinato a proseguire. E che Edim- burgo è pronta a usare ogni arma politica e di pressione per cercare di tornare alle urne, dopo lo smacco subito dagli indipendentisti nel 2014, prima che la partita con l'Ue si chiuda una volta per tutte e la Scozia sia trascinata nella Brexit. Il governo britannico in ogni modo non dispera in un qualche compromesso. Sa che l'uscita dall'Europa, al di là dell'ottimismo ufficiale e di qualche allarmismo di troppo per ora smentito sui dati macroeconomici del Paese, resta una scommessa: come testimoniano i dubbi del Financial Times e di altri sull'adeguamento di leggi e normative chiave per gli interessi di business della City o sul trasferimento di competenze ora europee a regolatori e future autorità nazionali tutte da reinventare. E più ancora come dimostrano gli stress test con scenari ipotetici catastrofici per l'economia british che la Bank of England s'appresta a imporre. Ma sa anche che la secessione rischia di essere un azzardo, più che una soluzione, per la Scozia. Gradito tuttora, a credere ai sondaggi, da un 46% di scozzesi: una minoranza, per quanto robusta.


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