May, promesse da marinaio
- 6 ott 2016
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A PREMIER BRITANNICA EVOCA UN PAESE GIUSTO POI DEFINISCE I MIGRANTI UNA «MINACCIA»

LONDRA. Di qua, a destra, l'Ukip orfano di Nigel Farage, che perde i pezzi e si ritrova senza leader avendo per così dire esaurito la sua ragione sociale dopo il trionfo del referendum anti-Ue. Di là, a sinistra, i laburisti di Jeremy Corbyn, divisi e sotto il tiro dell'establishment per la svolta "radicale". In mezzo lei, Theresa May, premier 'rassicurante’ dai capelli grigi e dallo stile in tinta, che spinge oggi i conservatori a occupare una volta per tutte "il centro" della politica britannica, rubando la scena a entrambe le 'estremè e rivolgendosi alla gente comune del regno con la promessa di un Paese "più giusto", persino un po’ statalista, per affrontare la sfida della Brexit. Ma evocando anche durezza senza compromessi nei confronti dell'immigrazione: sbandierata fra le polemiche come una minaccia ai posti di lavoro dei sudditi di Sua Maestà. La bufera delle ultime ore, rimbalzata il giorno dopo al di là della Manica con reazioni irritate anche dal sottosegretario agli Esteri italiano, Benedetto Della Vedova, e del capogruppo S&D a Strasburgo, Gianni Pittella, coinvolge la ministra dell'Interno, Amber Rudd. Voce teoricamente moderata ed 'europeista’ per gli standard Tory, ma ora costretta a difendersi dalle accuse ("non sono razzista") e a rimangiarsi almeno in parte la proposta fatta martedì dalla tribuna del congresso del partito chiuso a Birmingham d'introdurre misure draconiane per ridurre gli ingressi degli stranieri, studenti inclusi, e assicurare che chi arriva vada a riempire vuoti occupazionali: non posti che "potrebbero essere coperti dai britannici". Un concetto accompagnato dall'idea di rafforzare i controlli sulle aziende - ritirata poi sotto la spinta delle proteste di oppositori politici, attivisti dei diritti umani e dello stesso business - e di rendere note nelle liste dei dipendenti i numeri dei 'non britannicì. Deriva al limite della viola- zione delle leggi anti-discriminazione sul lavoro che fa il paio con gli analoghi messaggi del controverso titolare della Sanità, Jeremy Hunt: deciso a sua volta a reclutare più tirocinanti autoctoni pur di porre fine "alla dipendenza del sistema sanitario nazionale" (Nhs) dai medici di altri Paesi,europei e non. Professionisti che May in persona ha poi bollato con una mezza gaffe come "i medici d'oltremare". E che però restano vitali in molti ospedali pubblici d'Inghilterra e Galles a causa di carenze d'organico e affanni di bilancio. Toni che la dicono lunga su un certo clima autarchico della Conferenza annuale di Birmingham e sugli umori in seno al movimento conservatore del dopo Brexit. Ma che non fermano lady Theresa dal proposito di presentarsi come lea- der di "un nuovo partito moderno", baluardo "dei lavoratori e dei dipendenti pubblici", di quella maggioranza fatta di "famiglie ordinarie" che assai "più dei benestanti hanno pagato i costi della crisi finanziaria" degli anni scorsi e che in passato hanno in parte votato il Labour o magari l'Ukip. I protagonisti del referendum del 23 giugno, insomma, di un voto che May giudica alla stregua di "una rivoluzione silenziosa" da rispettare, giurando una volta di più - in barba all'allarme "hard Brexit" che deprime la City e la sterlina - di voler portare a termine senza ripensamenti a partire da marzo l'addio a Bruxelles restituen- do al Paese "piena sovranità sui suoi confini" e mettendo "fine per sempre all'autorità delle leggi europee" sul- l'isola. I concorrenti dell'Ukip, travolti dalle dimissioni di Diane James, l'incolore neoleader succeduta a Farage appena 18 giorni fa, non li degna neppure d'una parola: i loro slogan sono ormai incorporati. Sui laburisti di Corbyn scaglia invece l'accusa di essere "divisivi, ideologici", lontani dalla gente della strada, persino "antisemiti". "Ve- nite con me", è il suo appello finale agli elettori d'ogni colore. Mentre nel Pantheon dei gran nomi di riferimento, accanto agli immancabili "Winston Churchill a lady Thatcher", ecco spuntare pure "Clement Attlee": premier laburista della ricostruzione nel dopoguerra. Un altro tabù che cade, in casa Tory, all'ombra della Brexit.
















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