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May si gioca il ‘No Brexit’

L’ULTIMATUM AI FALCHI IN VISTA DEL VOTO: ACCETTATE L’ACCORDO O POTREMMO RESTARE NELL’UE

LONDRA. "Il mio accordo" o un salto nell'ignoto che potrebbe significare qualunque cosa: da un lacerante divorzio no deal all'epilogo di mettere una pietra sopra la Brexit, referendum o non referendum. Theresa May lancia l'ultimatum da una fabbrica dell'Inghilterra profonda, a pochi giorni dal secondo tentativo di ratifica della sua intesa da parte della Camera dei Comuni in calendario per martedì 12 dopo la bocciatura a valanga di gennaio.


Mentre l'Ue prova a darle una mano in extremis, mettendo sul tavolo l'impegno, accolto per ora con freddezza a Londra, di una interpretazione con- divisa "legalmente vincolante" che - almeno a parole e pur senza mettere in discussione nessuno degli obblighi dall'accordo di divorzio di novembre - fa balenare una scappatoia "unilaterale" del Regno dal controverso backstop sul confine irlandese.

L'ultimatum della premier Tory denota del resto tensioni e incertezze persistenti, se non proprio "disperazione", come le rinfaccia a stretto giro il leader laburista Jeremy Corbyn, rilanciando l'ipotesi di un suo piano B per una Brexit più soft e di un rinvio rispetto alla scadenza del 29 marzo per evitare lo spettro del no deal.


Ed è un messaggio a due facce per i deputati di Westminster, nel quale le minacce rivolte ai falchi possono essere lette come auspici dalle colombe e viceversa. "Nessuno sa cosa potrà succedere" se il Parlamento confermerà martedì il suo no, premette la premier di fronte alle maestranze di un impianto di Grimsby, nella contea del Lincolnshire, bastione del voto referendario pro Leave nel 2016 al 70%.


La decisione dei deputati, ammonisce, sarà "cruciale" e rigettare il deal significherebbe fare una scelta al buio e aprire una porta agli esiti più diversi: "Potremmo non uscire dall'Ue per molti mesi, potremmo uscire senza le protezioni che l'accordo prevede. E potremmo non uscire del tutto", elenca l'inquilina di Downing Street, esitando qualche attimo per l'effetto suspense.

Il suo obiettivo, ribadisce, resta quello di chiudere i conti con l'Ue, come anche col mercato unico e l'unione doganale, per restituire all'isola "il controllo delle leggi", per consentirle di stringere accordi di libero scambio autonomi con Paesi terzi e per mettere "fine ai versamenti" al bilancio comunitario. Ma soprattutto per onorare "la volontà popolare" espressa nel 2016. "Let's get it done", scandisce quindi sollecitando i parlamentari ad aiutarla a "chiudere le polemiche" e far della Brexit "un successo".

May non rinuncia poi a un attacco a Corbyn, additato di fronte a un campione euroscettico della working class - ossia dell'elettorato di riferimento dell'uomo della svolta a sinistra del Labour, che proprio ieri dalla Scozia non esita a indicare la lotta "alla povertà e al cambiamento climatico" come prioritarie rispetto al tema Brexit - nei panni di un leader inaffidabile e ambiguo: pronto a tenersi di riserva la carta di "un secondo referendum che sarebbe divisivo per il Paese".

Retorica politica a parte, la premier sa però di dover ancora trovare la quadra a Westminster. E che per farcela ha bisogno di qualche zuccherino da Bruxelles. Da qui l'appello ai 27, sullo sfondo di colloqui e contatti supplementari destinati a proseguire fino a lunedì, a tenere presente "il grande impatto" del loro atteggiamento sul voto del 12.

"Esattamente come i nostri parlamentari - dice - l'Ue deve fare una scelta", essendo anche "suo interesse che il Regno Unito esca con un accordo". Parole a cui il negoziatore europeo Michel Barnier risponde con la proposta di "un'interpretazione vincolante" sul contestato backstop e la possibilità per il Regno (non estesa peraltro a quanto pare all'Irlanda del Nord) di "lasciare il territorio dell'Unione doganale in modo unilaterale" in ogni momento. Mettendo in bella copia garanzie in sostanza già evocate in passato con un artificio non convince il ministro britannico per la Brexit, Stephen Barclay. E fa addirittura gridare il capogruppo degli unionisti nordirlandesi del Dup, Nigel Dodds, all'imbroglio del "gioco del cerino".

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