Moto tra arte, mito e libertà
- Redazione

- 16 lug 2018
- Tempo di lettura: 3 min

MOSTRE/ALLA REGGIA DI VENARIA LA CELEBRAZIONE DELLE DUE RUOTE
ROMA. Alzi la mano chi, guardando “Easy rider”, non ha invidiato anche solo per un attimo Dennis Hopper e Peter Fonda nel loro attraversare l’America a cavallo di un chopper. Quella pellicola del 1969, road movie per antonomasia, è con il film coevo Woodstock uno dei simboli del sogno hippie di cambiare vita, immaginare un modo libero dagli schemi e senza guerre proprio mentre a migliaia di chilometri si consumava il dramma del Vietnam. La due ruote come strumento di fuga, il rombo del motore come colonna sonora del viaggio, le forme cromate personalizzate, i colori sgargianti dei serbatoi, i miti e i titoli-cult del cinema: c’è questo e altro ancora nella mostra “Easy Rider. Il mito della motocicletta come arte”, in programma dal 18 luglio al 24 febbraio 2019 alla Reggia di Venaria. L’appuntamento - organizzato da Arthemisia e dal Consorzio delle Residenze Sabaude per la cura di Luca Beatrice, Arnaldo Colasanti, Stefano Fassone - racconta a tutto tondo il mondo del motociclismo sulla scia di quanto fece venti anni fa al Guggenheim di New York “The art of Motorcycle”, premiata dal record di visitatori. Tanti, ovviamente, i modelli esposti, da quelli di film leggendari, come il chopper di Easi Rider o la Triumph Bonneville che Steve McQueen guidava in La Grande Fuga, ai bolidi da gran premio, la MV Agusta di Giacomo Agostini, la Yamaha di Valentino Rossi e la Ducati di Casey Stoner. Modelli entrati nell’immaginario collettivo, da quelli delle case italiane come Ducati e Moto Guzzi, alle moto inglesi e giapponesi fino alle miti- che Harley-Davidson in una cavalcata storica che affonda le radici sul finire del 1800 ed ebbe il suo sviluppo estetico dopo la seconda guerra mondiale. Robert Pirsig, autore nel 1974 del best sellers ‘Lo zen e l’ arte della manutenzione della motocicletta’, definì la moto “un sistema di concetti realizzato in acciaio”. Altri veicoli fondono il viaggio con l’avventura: la Vespa di Bettinelli che ha percorso 24.000 km da Roma a Saigon, le special che hanno attraversato il deserto di sabbia della Parigi-Dakar, e ancora enduro e trial.La novità sono gli oltre cinquanta modelli di moto che dialogano con opere d’arte contemporanea. Tra i nomi degli artisti, Antonio Ligabue con l’Autoritratto con moto (1953), Mario Merz con Accelerazione = sogno (installazione esposta i diversi musei a partire dal 1972), Pino Pascali con 9 mq di pozzanghere realizzati nel 1967 un anno prima della morte. E ancora: Alighiero Boetti, Rosso Guzzi e Rosso Gilera (1971), la grande scultura Vejo di Giuliano Vangi (2010), le fotografie inedite di Gianni Piacentino High Speed Memories (1971-1976) che testimoniano le sue corse in sidecar e la scultura Self Portrait Race (1991- 1993). Una chicca sono i dipinti di Paul Simonon, ex bassista dei Clash, appassionato collezionista di moto. Il racconto si svilupperà in nove sezio-i: Stile, forma e design italiano con la creatività tricolore caratterizzata da snellezza ed intelligenza meccanica; Il Giappone e la tecnologia con Honda, Suzuki, Kawasaka, Yamaha, regine del mercato a partire dagli anni Settanta ; Mal d’Africa e le corse nel deserto tra pericoli e fatiche, prima tra tutte la leggendaria Parigi-Dakar nata nel 1979; La velocità e i grandi campioni sulla pista, da Agostini, a Rossi, a Stoner; Sì, viaggiare, descrive il mito del viaggio sulle due ruote nato dalla fine degli anni Cinquanta, segno della libertà di movimento individuale e di intere generazioni; London Calling con la parabola della moto in Gran Bretagna che tra gli anni cinquanta e sessanta si riduce a fenomeno di nicchia lasciando al ricordo glorioso le BSA Gold Star, le Triumph Bon- neville e Trident, la Norton Commando e la Matchless G80; Il Mito americano, rappresentato dai modelli iconici delle Harley Davidson: la Electra Glide del 1972 o la Panhead del 1948 e la 883 del 1965; Terra, Fango e Libertà tra i “fuoristrada” e gli happening dell’americano Aaron Young, forme di graffitismo supercontemporaneo, pittura materiale, incisione del metallo fatte con una Honda che frena e sgomma lasciando la sua traccia. Infine, la moto e il cinema, dove più dei titoli sono proprio le moto il vero segno di riconoscimento di alcuni capolavori: la Brough Superior SS 100 di Lawrence d’Arabia; La Triumph Bonneville di Steve McQueen in La grande fuga, e di Marlon Brando ne “Il selvaggio”, la Ossa En- duro di Terence Hill e Bud Spencer in “...altrimenti ci arrabbiamo!”, a chiudere il cerchio con l’icona di Easy rider, la leggendaria Harley-Davidson Hydra Glide Chopper del 1949.
















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