Mueller “punisce” Trump
- Redazione
- 25 lug 2019
- Tempo di lettura: 3 min
RUSSIAGATE/LA TESTIMONIANZA AL CONGRESSO DELL’EX PROCURATORE SPECIALE

WASHINGTON. “Il mio rapporto non discolpa totalmente Donald Trump sull’ostruzione della giustizia”. Con queste parole l’ex procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller ha rievocato lo spettro dell’impeachment per il tycoon nella sua testimonianza di sette ore ore al Congresso, dove i democratici lo hanno convocato davanti alle commissione giustizia e intelligence della Camera per chiarire le conclusioni delle sue indagini sul presidente. Sottolineando anche che il tycoon potrebbe comunque essere incriminato dopo la fine del suo mandato alla Casa Bianca. Una deposizione fiume, per la quale l’America si è fermata quasi come per il Super Bowl, incollata alla tv. Trump aveva giurato che non l’avrebbe vista, ma appare evidente che l’ha seguita sul suo canale preferito, la Fox, sfogando la sua ira su Twitter. Ex capo dell’Fbi con George W. Bush e Barack Obama, ex marine eroe di guerra in Vietnam, di fede repubblicana, il 74enne Mueller si è presentato puntuale a Capitol Hill con la sua fama di duro, puro e soprattutto di poche parole. Impassibile, freddo, rispettoso, paziente, a volte sulla difensiva, ha evitato di farsi tirare per la giacca e ha risposto spesso a monosillabi (‘si’, no’) in un interrogatorio a colpi di citazioni del suo rapporto (cui ha rimandato spesso) più ad uso e consumo degli spettatori- elettori che dei parlamentari: con i democratici a valorizzare i passaggi accusatori, i repubblicani a tentare di screditare le origini del Russiagate e l’indipendenza del magistrato. Mueller ha esordito ricordando le oltre 30 incriminazioni nelle indagini, tra cui dodici 007 russi, e ribadendo che “il governo di Mosca ha interferito nelle nostre elezioni in modo ampio e sistematico”, convinto di “trarre beneficio dall’elezione di uno dei due candidati: Trump”. “Lo stanno facendo ancora mentre noi siamo seduti qui”, ha ammonito. Questo mentre da Mosca il vice ministro degli Esteri Serghiei Riabkov si ostinava a negare interferenze passate e future. Poi Mueller ha ammesso che nell’inchiesta non sono state trovate prove sufficienti di una cospirazione della campagna di Trump con Mosca, sottolineando però che cospirazione e collusione non sono sinonimi e che le indagini “non hanno affrontato la collusione, che non è un termine legale”, contraddicendo quanto sostenuto dal presidente. Quindi si è lasciato scappare due frasi che potrebbero riaprire lo scenario di un impeachment. Incalzato dal presidente della commissione Giustizia Jerry Nadler, che gli chiedeva se il suo rapporto “esonerava totalmente” il presidente dall’ostruzione della giustizia, l’ex superprocuratore ha risposto secco: “Non è quello che dice il rapporto”. Mueller ha ricordato che sono state individuate 10 potenziali istanze di ostruzione della giustizia, ma che “in base alle linee guida del ministero della giustizia (che impediscono di incriminare un presidente in carica, ndr), abbiamo deciso di non prendere una decisione se il presidente ha commesso un crimine”. Ma, a domanda, ha risposto che Trump “potrebbe essere incriminato dopo il suo mandato” dal Ministero della Giustizia. Il Congresso però ha i poteri per farlo anche ora, con la messa in stato d’accusa. E, dopo la deposizione di Mueller, pare inevitabile che si riaccenda il dibattito sull’impeachment, che finora ha diviso i democratici, con la leadership a frenare nel timore di un boomerang politico, come successe con Bill Clinton. Del resto l’ex procuratore speciale ha ribadito in aula che il presidente tentò di proteggere se stesso chiedendo allo staff di falsificare documenti rilevanti per le indagini, comprese le pressioni sull’allora avvocato della Casa Bianca Donald McGahn. E ha spiegato di non aver citato Trump per un interrogatorio perché ci sarebbe stata una battaglia legale troppo lunga, ma ha ammesso che le sue risposte scritte erano incomplete e in linea generale non sempre veritiere. Quindi ha definito “problematico” il suo plauso in campagna elettorale a Wikileaks - che diffuse le email dem hackerate dai russi - e ha difeso la propria indagine, negando che sia “una caccia alle streghe” e una “bufala”, come accusa il presidente. L’ex super magistrato ha smentito anche l’affermazione di Trump secondo cui gli aveva respinto la richiesta di tornare a guidare l’Fbi, rifiuto che sarebbe stato un conflitto di interesse nelle indagini. Mueller ha sostenuto che parlò dell’incarico “ma non come candidato”. A ‘Donald’ non è rimasto che scaricare la rabbia su Twitter, attaccando Mueller, i democratici e “la più grande caccia alle streghe nella storia Usa”, mentre la Casa Bianca ha bollato l’audizione come “un imbarazzo epico per i democratici”. E’ stato una giornata “storica” afferma invece la speaker della Camera, Nancy Pelosi. “Gli americani hanno avuto modo di sentire che il presidente non è stato assolto” dal rapporto Mueller e questo vuol dire che quello che dice il presidente è “una bugia” dice Jerry Nadler.
















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