Non più gendarmi del mondo
- Redazione

- 21 dic 2017
- Tempo di lettura: 3 min

GLI USA DOPO LA DECISIONE DI TRUMP SU GERUSALEMME CAPITALE
Negli ultimi giorni diversi autorevoli osservatori hanno cercato di illustrare le ragioni che avrebbero spinto Donald Trump ad annunciare lo spostamento dell’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, capitale che gran parte del mondo rifiuta di riconoscere come legittima per lo Stato ebraico in assenza di un accordo di pace con i palestinesi. Diverse valutazioni sono emerse, alcune più orientate a inquadrare i possibili sviluppi in Medio Oriente, altre più inclini a valutare la decisione di Trump in un’ottica interna alle vicissitudini della sua Amministrazione. Diversi analisti ritengono che Trump abbia voluto dare un forte segnale internazionale circa il rinnovato sostegno di Washington nei confronti di un’alleanza di ferro, quella con Israele, che l’Amministra- zione Obama aveva offuscato, complice anche l’incompatibilità caratteriale tra Benjamin Netanyahu e il precedente inquilino della Casa Bianca. Per qualcuno la dichiarazione su Gerusalemme potrebbe puntare a catalizzare il consenso dell’elettorato (specie quello ebraico) intorno a Trump, il quale avrebbe al tempo stesso un credito da poter spendere nei confronti del governo israeliano per ottenere concessioni o contropartite in un futuro negoziato di pace con i palestinesi. Ipotesi affascinanti ma che offrirebbero be- nefici forse non commisurati ai rischi determinati dalla posizione assunta dalla Casa Bianca in termini di consenso, prestigio e credibilità internazionale. Quest’ultima fondamentale per una grande potenza che ha sempre svolto il ruolo di mediatore tra arabi e israeliani conseguendo risultati storici quali gli accordi di Camp David per la pace tra Egitto e Israele cui fecero seguito quelli tra israeliani e giordani.L’annuncio di Trump mette in discussione il ruolo di mediatore ricoperto da Washington: non a caso il parlamento giordano ha chiesto al governo di Amman di valutare l’abbandono degli accordi di pace con lo Stato ebraico mentre Russia, Francia e Turchia hanno già iniziato a muovere le proprie pedine nella regione per accreditarsi come mediatori nella crisi israelo-palestinese e più in generale nei tanti focolai di tensione in Medio Oriente. Certo Trump non esclude che Gerusalemme Est, o un suo sobborgo, possa un giorno esserecapitale anche del futuro (teorico) Stato palestinese ma è evidente che l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata ha toccato in modo brutale un nervo scoperto per tutto il mondo islamico. Pur senza aver registrato per ora lo scoppio di una nuova Intifada, la “querelle” su Gerusalemme rischia al contrario di ricompattare sciti e sunniti contro il nemico sionista accentuando in tutto il mondo islamico l’odio verso Israele (peraltro mai sopito) e gli Stati Uniti con un potenziale maggior rischio di azioni terroristiche o dimostrative contro il territorio americano o gli interessi degli Usa nel mondo. Un prezzo così alto per incassare nulla se si considera che la nuova ambasciata a Gerusalemme sarà in piedi solo tra qualche anno e che il provvedimento statunitense che riconosce Gerusalemme capitale di Israele con il via libera allo spostamento dell’ambasciata è stato varato dal Congresso nel lontano 1995 ed era rimasto finora congelato per ragioni di opportunità. Quindi l’annuncio di Trump non offre alcun vantaggio immediato agli Usa ma, al contrario, ne limita il peso e la credibilità in Medio Oriente creando un ulteriore vuoto d’influenza che altre potenze si accapiglieranno per occupare con conseguenze potenzialmente caotiche. Da alcuni anni l’Europa e gran parte del mondo osservano una politica estera statunitense che, specie sotto Obama, è apparsa in più occasioni debole, confusa: dal ritiro affrettato dall’Iraq che ha aperto le porte all’Isis a quello anticipato dall’Afghanistan, addirittura preannunciato ai talebani un anno prima che avesse inizio. Per non parlare della blanda e ambigua guerra condotta contro il Califfato per tre anni e mezzo, quando nemici ben più consistenti vennero annien- tati in poche settimane. Washington ha ali- mentato le cosiddette “primavere arabe” che hanno scosso e rovesciato regimi con rivolte e guerre, ha destabilizzato la Libia e il Medio Oriente e, in Europa, l’Ucraina, Stato legittimo e democratico attraversato però dai gasdotti che portano in Europa il gas russo. Ma tutto diventa più chiaro se si accetta il fatto che, da quando hanno raggiunto l’autosufficienza energetica, gli USA non sono è non vogliono essere più una potenza stabilizzatrice e non hanno più interesse a fare i gendarmi di un mondo che possono invece destabilizzare e controllare con minore sforzo e ridotti investimenti.
















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