Non si può improvvisare
- Redazione

- 4 mar 2017
- Tempo di lettura: 4 min

IL MINISTRO DELLA DIFESA MINNITI SUI RIFUGIATI E IL TERRORISMO
Che cosa ci fa al Ministero della Difesa un laureato in filosofia, per di più con la passione per pensatori classici, tipo Platone o Socrate? Semplice: ci fa il ministro della Difesa. E lo fa anche bene, almeno stando a sentire il parere sottovoce della maggior parte dei corrispondenti stranieri al termine della affollata conferenza stampa di Marco Minniti all’associazione della Stampa estera a Roma. L’argomento all’ordine del giorno era delicato: rifugiati e terrorismo. E Minniti, classe 1956 e una solida esperienza nel campo della sicurezza, ha spiegato quale è la situazione. Con una chiarezza e una determinazione non sempre comuni tra i nostri politici. E partendo da alcuni dati di fattoIl flusso dei migranti, come rivela Frontex l’agenzia europea per la guardia costiera e di frontiera, è cambiato. L’anno scorso gli arri- vi dai Balcani occidentali è calato dell’84 per cento; quello dai Bal- cani orientali del 72 per cento. In compenso sono aumentati in maniera esponenziale quelli dalla Libia, intorno al 90 per cento. Con una particolarità: non c’è nessun rifugiato libico da poter rimpatriare, perché nei disperati barconi della speranza non sale a bordo mai nessun libico. La Libia è soltanto un porto di transito per un traffico vergognoso. Quindi, per poter tentare di ridurre il problema, «occorre puntare alla stabilizzazione politica nel Paese nordafricano e nelle altre nazioni della zona». E occorre farlo «con velocità». La riconquista di Sirte è stata importante, perché ha significato togliere al terrorismo una città e un’area che si affaccia pericolosamente sul Mediterraneo. Ma non basta. «Bisogna intervenire sulla frontiera meridionale della Libia» vero e incontrollato porto d’ingresso per l’Europa dei rifu- giati e dei loro temibili sfruttatori. «A proposito: se mi chiedete di chi bisogna avere più paura, dei terroristi o dei trafficanti di vite umane, avrei difficoltà a rispondervi. Sono sullo stesso piano». E ora hanno buttato sul piatto un ulteriore problema: i rifugiati minorenni non accompagnati. «Nell’ultimo anno questi ragazzi, spesso soltanto dei bambini, che arrivano da soli sono raddoppiati: da 13mila a 26mila». Qual è, quindi, la strategia da adottare? In- nanzitutto capire che bisogna avere una strategia. E deve essere di lungo respiro, non si può improvvisare. «Bisogna partire da un presuppo-sto elementare: non dobbiamo inseguire gli eventi, non dobbiamo subirli. Se ci riesce dobbiamo governarli e anticiparli». Un esempio per tutti: il caso di Anis Amri, il tunisino sospettato dell’uccisione di 12 persone nell’attentato del 19 dicembre scorso in un mercatino di Berlino, e ucciso fortuitamente da due poliziotti italiani alle porte di Milano. «Solo dopo la sua morte abbiamo potuto ricostruire il suo percorso a zig zag per l’Europa». Di Amri, che pure era nella lista degli “attenzionati” della polizie del Vecchio Continente, si sapeva però poco. E dal suo Paese di origine non si riusciva ad avere notizie certe nemmeno sulla sua identità. Ecco, quindi il senso della recente visita del ministro in Tunisia: accelerare i processi di identificazione. Nella lotta al terrorismo «i prossimi mesi saranno decisivi per verificare la reale operatività del memorandum of understanding europeo» sulla questione. I primi passi sono stati fatti. L’addestramento dei primi 90 militari della Guardia Costiera e della Marina libiche è uno di questi. Compiuto a bordo della nave italiana San Gior- gio, ha consegnato il brevetto per l’assistenza sanitaria e la gestione delle emergenze in mare. Altri corsi seguiranno. E la riconsegna alla Libia del presidente Mustafà al-Sarraj, l’unico capo di governo riconosciuto dalla comunità internazionale, di alcune imbarcazioni militari avvierà la necessaria ricostituzione dell’apparato militare del Paese. Ma una strategia si declina su più punti. «In- tanto abbiamo varato due decreti legge. I quali, a differenza dei disegni di legge, sono operativi da subito: il governo se ne assume la responsabilità. Il primo prevede una maggiore severità nell’ambito dell’immigrazione: «L’accoglienza e l’integrazione vanno dati soltanto a chi rispetta le regole». Il secondo sancisce la nascita in ogni regione italiana di Centri per il rimpatrio. Dovranno essere piccoli, per accogliere un massimo duna trentina di persone. E ogni regione dovrà fare la sua parte. Perché una cosa è certa: respingere il problema con vuoti e antistorici proclami populisti non è la soluzione a un problema che c’è, è grave e certamente non riguarda soltanto l’Italia. Per quanto concerne, per esempio, la cosiddetta “relocation” l’Europa ha stabilito che l’Italia dovrà farsi carico di circa 40mila rifugiati. C’è anche teoricamente una scadenza: il prossimo mese di settembre. Un sorriso: «Ma su que- sto stiamo discutendo». Un rinvio è probabile oltre che logico. Una strategia per i rifugiati e gli immigrati non può, però, prescindere dall’integrazione di questi uomini, donne, vecchi e bambini che a casa loro hanno perso tutto e chiedono soltanto che venga concessa loro una speranza. Con buona pace dei populisti di cui sopra, la storia di ogni Paese - da questa parte e dall’altra dell’Atlantico e dovunque nel mondo - è fatta di immigrazioni e integrazioni. Ma i percorsi di integrazione vanno fissati con chiarezza. Quattro i passaggi elencati da Min- niti. Primo: i luoghi di culto devono essere pubblici, aperti cioè a tutti, anche ai fedeli di altre religioni. Che, per dire, è quanto avviene nelle chiese cristiane. Secondo: per quanto riguarda la religione islamica «gli imam vanno identificati. I curriculum vitae dei predicatori devono essere a disposizione di tutti». Terzo: i sermoni devono essere in italiano. Quarto: nessun problema per la costruzione di regolari luoghi di culto. Ma il loro finanziamento deve essere pubblico e trasparente, «anche quelli dall’estero». Insomma: «Va respinta l’equazione immigrazione uguale terrorismo». Diverso, invece, il discorso sulla mancata integrazione. Questa, sì, può portare al terrorismo». Impossibile, in chiusura, non fare al ministro una domanda e gliela abbiamo fatta: «E l’America di Trump? Dalla nuova amministrazione di Washington arrivano risposte pesanti e populiste sull’immigrazione paragonata al terrorismo: messa al bando di interi Paesi, innalzamento di muri...». La risposta, anche se diplomatica, è chiarissima: «Ciò che avviene negli Usa ha ricadute sul mondo intero, è vero. Ma occorre avere una visione complessiva del problema. Come ho detto, la soluzione sta nel governare questo processo, nel non farsi cogliere impreparati». Ovvero: nessuna reazione a caldo. Di solito non portano a nulla. O, peggio, portano a qualcosa di sbagliato e irreparabile.
















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