Paese abbandonato
- Redazione

- 19 ago 2018
- Tempo di lettura: 3 min

Non c’è bisogno d’essere di destra o di sinistra per vedere quel che accade nella nostra Penisola
«L’ITALIA è un Paese costruito negli anni ’60, abbandonato dagli anni ’90, che ha cominciato a venir giù da dieci anni». Questa frase impietosa non l’ho scritta io, purtroppo. E dico “purtroppo” perché avrei tanto voluto averla scritta io. Invece è di Antonio Polito, giornalista e vicedirettore del “Corriere della Sera” (rapido passaggio nella politica attiva da cui è immediatamente scappato avendo fiutato l’aria). Una brevissima frase la sua, in prima pagina del primo quotidiano nazionale e in poche ore diventata virale nella rete italiana, che commentando il tragico crollo del lungo cavalcavia di Genova sintetizza alla perfezione la situazione dell’Italia. È proprio così, non c’è da essere schierati a destra o a sinistra per vedere che cosa è successo alla Penisola. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, da cui siamo usciti con le ossa rotta, ci siamo rimboccati le maniche (lo hanno fatto i nostri genitori e nonni, per la verità). Ed è stato il boom, il cosiddetto “miracolo economico italiano”, gli anni in cui ingegneri di grande intuito come l’abruzzese Corradino d’Ascanio misero insieme pezzi di ricambio non utilizzati e crearono la Vespa mettendo la classe operaia sulle due ruote. Furono gli anni in cui la Fiat, guidata da Vittorio Valletta (il Sergio Marchionne dell’epoca) si inventò la 500 e la 600, mettendo la piccola classe borghese sulle quattro ruote. Furono gli anni in cui la lira, incredibile a pensarlo oggi, vinse l’Oscar della migliore moneta. Furono gli anni in cui avemmo ben due Premi Nobel: Salvatore Quasimodo per la poesia e Emilio Segré per la fisica nucleare. Poi... ci siamo spenti. Il perché è difficile a dirsi. Qualche storico ha veramente capito perché la grande cultura etrusca all’improvviso ha ceduto ed è scomparsa? Quel che è certo è che dalla generazione di politici come Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, ma anche Palmiro Togliatti, ma anche Giorgio Almirante (tutti giganti a pensarli oggi) siamo passati alle promesse mai mantenute di un Silvio Berlusconi; abbiamo permesso alla coppia D’Alema-Bertinotti di fare fuori uno come Romano Prodi che, con tutte le sue lentezze e i suoi difetti, era però riuscito nell’impensabile: far quadrare i conti permettendo all’Italia di entrare nell’Euro; poi siamo passati alla “stranezza” (uso questo termine per non usarne un altro che potrebbe crearmi problemi) di uno come Mario Monti che ha buttato al vento la dote che gli era stata messa in mano. Per poi arrivare a una brava ma insufficiente persona come Enrico Letta. E quando si è materializzato Matteo Renzi, uno antipatico ma con gli “attributi” che aveva iniziato a fare e fare bene, lo abbiamo immediatamente fatto fuori. Risultato: oggi abbiamo al governo un finto Presidente del Consiglio. E poi abbiamo uno che comanda per davvero ed è difficile non definirlo pericolosamente vicino al neofascismo. E ne abbia- mo un altro che spensa di comandare anche lui ma non è così e, nel frattempo, sbaglia i congiuntivi e non ha mai lavorato in vita sua. Abbiamo al governo uomini e donne totalmente impreparati (“aridatece” persino Gasparri). Ministri e sotto- segretari che dicono cose assurde (“No ai vaccini. Noi ci vaccinavamo andando a trovare i cuginetti malati”). Che si sono opposti ai necessari lavori di ristrutturazione del ponte genovese ora crollato definendoli “una favoletta per spillare soldi” e oggi non trovano il coraggio di scusarsi e ammettere di avere sbagliato; che dicono “no” alle Olimpiadi per paura: avevano circa dieci anni di tempo per preparale, per dimostrare che loro non sono corrotti e sono efficienti. E invece niente: meglio non rischiare, meglio retrocedere. Ed è quello che sta succedendo in Italia: la retrocessione.
















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