Pd-5S, un dialogo in salita
- Redazione
- 23 ago 2019
- Tempo di lettura: 3 min
Il pentagolo, anzi ottagolo, dei dem contro il decalogo grillino

ROMA. In una giornata nervosissima parte il dialogo Pd- M5s con il via libera del Quirinale che ha concesso altri quattro giorni di tempo per “soluzioni chiare”. Ma è stata una giornata al cardiopalma, tra sospetti sui quasi alleati e rischi di fuoco amico. Zingaretti e Di Maio, ora soci nella ricerca di un patto per un “governo di svolta”, salgono al Colle a distanza di 5 ore e si sfidano senza citarsi né svelare se stanno giocando la partita insieme. La partita tattica è giocata su documenti e punti programmatici poi proposti al presidente Mattarella, come paletti fondamentali per negoziare. Per il Pd, sono i 5 punti programmatici votati il giorno prima all’unanimità al Nazareno. Con l’aggiunta ora di altri tre punti più “dettagliati”.
Il Movimento raddoppia la base di trattativa e a Mattarella offre un decalogo. Per i 5S si va dal taglio dei parlamentari alla tutela dell’ambiente, passando per la riforma della giustizia, del sistema bancario fino al conflitto di interessi. Su tutti, prevale la riforma costituzionale ‘interrotta’ all’ultimo miglio: “Deve essere una priorità in Aula”, scandisce Di Maio alla stampa. Ma su chi sia l’altro giocatore seduto al tavolo, si limita a dire: “Sono state avviate tutte le interlocuzioni”. Alla Lega riserva solo una frecciata, netta e accusatoria, ricordando che il governo gialloverde si basava “sulla lealtà tra forze politiche, che è stata minata da una rottura unilaterale”. Per il secondo round di consultazioni, i Democratici entrano per secondi nella stanza del presidente (prima, la delegazione di Fratelli d’Italia, ultimi i 5S) e sono i più numerosi. Oltre al segretario, ci sono i capigruppo parlamentari Delrio e Marcucci e i vertici del partito, il presidente Paolo Gentiloni e la vice Paola De Micheli. “Abbiamo manifestato al presidente della Repubblica la disponibilità a verificare la formazione di una diversa maggioranza e l’avvio di una fase politica nuova e un governo nel segno della discontinuità”, spiega Zingaretti a fine colloquio. Ripete quindi le condizioni annunciate mercoledì: “Non un governo a qualsiasi costo, ma di svolta e con un programma nuovo”.
Insomma al capo dello Stato il Pd sciorina i 5 punti che Zingaretti definisce poi “non negoziabili”, a partire dalla “vocazione europeista” dell’Italia. Gli altri quattro sono la centralità del Parlamento, la sostenibilità ambientale, nuove politiche migratorie e la svolta delle ricette economiche e sociali. Aspetti che non si incrociano con quelli del Movimento definiti da Di Maio “obiettivi prioritari per gli italiani”, anche perché alcuni racchiudono temi-bandiera del M5s come la riduzione del numero dei parlamentari e l’acqua pubblica.
Ma è proprio sul taglio degli eletti che tra i Democratici si è rischiata la lite, quando è emerso un no alla riforma, oltre a un dietrofront sui decreti sicurezza e a un pre-accordo sulla manovra. Nel pomeriggio e prima delle consultazioni dei 5 Stelle, è Zingaretti a stoppare le fibrillazioni interne: le condizioni poste al M5S (e indicate al capo dello Stato) sono i 5 punti approvati dalla Direzione. Nessun giochetto insomma, per far saltare la trattativa.
Di Maio ignora apertamente la questione e preferisce andare al sodo, anziché seguire la ‘scorciatoia’ delle elezioni: “Il voto non ci intimorisce affatto ma il voto non può essere la fuga dalle promesse fatte dagli italiani. Abbiamo tante cose da fare”. E a mo’ di nuovo capitano aggiunge: “Non lasciamo la nave affondare, perché l’Italia siamo tutti, a dispetto degli interessi di parte”. Fino alla prova finale di orgoglio: “Il coraggio non è di chi scappa ma chi prova fino in fondo a cambiare le cose, anche sbagliando con sacrificio e provando a fare le cose”
















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