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Pro...FUMO di donna



RACCONTO DI UNA SERATA D’ESTATE IN UN ORIGINALE RISTORANTE DI MANHATTAN

NEW YORK. In questa calda estate newyorkese (tanto per cambiare) invece di scrivere un racconto breve su una storia inventata, da leggere su America Oggi seduti al fresco di prima mattina o sera su una panchina di Central Park, voglio narrare di un episodio realmente accaduto. Gianna, una mia cara amica ricercatrice di City College in Manhattan, voleva che le parlassi in dettaglio di un progetto teatrale inedito di italytime, da me appena accennato grazie a quanto dettomi da mio fratello Giuseppe, che sta scrivendo delle attività dell’associazione da tempo, ed incentrato sulle “Avventure di Pinocchio”, di Carlo Collodi. E per ciò, visto che si trattava di una produzione “top secret” prevista per il 2018, mi aveva dato appuntamento con un messaggio elettronico “in codice”. Una email cifrata, perché dopo l’intrusione dei pirati informatici russi nelle elezioni americane, Gianna aveva paura della fuga di notizie che avrebbero potuto danneggiare l’importante e crescente attività che italytime sta realizzando nel suo Centro Culturale Italiano situato nell’Our Lady of Pompeii Theater, nel West Village. Così, “decodificato” il messaggio, ho capito che dovevo recarmi in “...un locale dai “profumi ed aromi” italiani, anche nell’appeal (non capivo cosa volesse significare), nel quale “si cadeva” naturalmente, a suo dire, appena usciti dall’ultracentenario arco gotico della porta situata su Amsterdam Avenue, all’incrocio con la 139ma Strada”. Essendo io arrivata solo da alcuni mesi nella Grande Mela, non avevo avuto ancora modo di fare giri turistici o culturali, presa da un lavoro interessante - e stressante - che mi teneva occupata fino a tardi. Tantomeno quello di “gironzolare” per il quartiere intorno al College, che, a quanto mi è stato detto, negli ultimi dieci anni, in maniera progressiva, ha visto insediarsi a macchia di leopardo svariate etnie, che stanno modificando il vicinato, in precedenza a stragrande maggioranza latino e afroamericano. Così, seguendo le indicazioni viarie, sono entrata in questo locale, dal nome alquanto “nebuloso”, FUMO. Un nome strano, riferito ad un ristorante, visto che l’ambiente è luminoso ed arredato con gusto, anche nei prodotti agroalimentari esposti, che “richiamano”, senza ombra di dubbio, colori mediterranei propri di una terra come l’Italia, da dove provengo. La cosa non dettami da Gianna nel messaggio, neanche in modo misterioso, era che ad accogliere i clienti c’era un bel ragazzo italiano (ecco spiegato l’arcano dell’appeal), presentatosi come Eduardo, general manager del ristorante, il quale timetteva subito a proprio agio, sfoggiando un sorriso accattivante che avrebbe fatto accettare “a scatola chiusa” il cibo elencato nel menù, facendoti dimenticare la fumosità del nome del posto. Purtroppo, al momento di essere accompagnata al tavolo per due, è stata proprio la mia amica a rompere l’incanto, entrando improvvisamente dalla porta situata su Amsterdam Avenue, con un atteggiamento di insofferenza scandalizzata, alla vista di quella che lei stessa mi ha poi confessato essere.... troppa gentilezza per me da parte del “prestante” italiano. La cosa poi ha preso una strana piega, perché Eduardo ha allontanato dal nostro tavolo il relativo cameriere, facendosi carico di prendere le ordinazioni, portarle in cucina e servirci poi i succulenti piatti preparati per noi. E per tutta la durata della cena, certamente preso dal “fervente” desiderio di conquistare una nuova cliente per il ristorante, l’anzidetto manager aleggiava intorno al nostro tavolo, dedicando alla sottoscritta innumerevoli attenzioni, che riscontravano un mal celato fastidio in Gianna. Purtroppo, anche se il cibo era celestiale ed un tantino afrodisiaco in talune pietanze, ad un certo punto siamo dovute andar via, vista l’ora tarda e l’abbuffata che ci siamo fatta, innaffiata da un ottimo vino italiano, cosa che aveva bisogno di una lunga passeggiata nella notte, diventata ormai piacevolmente fresca. Certamente dopo aver pagato un conto incredibilmente equilibrato per quello che abbiamo consumato, in rapporto poi ad altri ristoranti dello stesso livello, almeno sulla cartaSiamo state quindi delicatamente accompagnate all’uscita, dove c’è stato un bel saluto con cavalleresco baciamano di Eduardo, che ha posato nei nostri palmi un bigliettino da visita, che abbiamo subito controllato essere solo quello del ristorante, per entrambe (chissà perché poi abbiamo pensato a qualcosa di differente, fra me e Gianna). Il bello, a seguire, è che la passeggiata è stata teatro di una chiacchierata inquisitoria e favoleggiante su quale fosse il vero motivo che ha spinto la mia amica a convocarmi in questo bel posto. Così, siamo arrivate alle nostre rispettive dimore senza aver parlato del progetto su Pinocchio, accennato a mio fratello dal regista Vittorio Capotorto, direttore artistico di italy time. Ma c’è tempo per ciò; anche perché dobbiamo tornare, insieme o con altre amiche, rigorosamente italofile, a godere del- l’atmosfera che ci ha inebriate; anche perché la storia “cavalleresca” deve continuare. C’è un famoso detto italiano che recita: “Molto fumo e niente arrosto”, riferito ad ogni tipo di situazione che mostra tante apparenze ma nessuna sostanza. Ebbene non è proprio il caso di questo ristorante, dove il fumo che viene fuori dalla cucina è in realtà portatore di aromi e sapori incredibili, che compongono piatti prelibati fatti per ogni tipo di palato, che la clientela variopinta, di ogni età e classe sociale ed etnia, gusta, in un’atmosfera goliardica e frizzante. E va dato atto a Piero, Francesco e Stefano, fondatori del locale, di aver creato un nome che rappresenta una sfida sfiziosa per i nuovi clienti, incuriositi da un logo peculiare che solo New York può offrire: FUMO.


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