Prossimo siluro per Rosenstein
- Redazione

- 13 apr 2018
- Tempo di lettura: 3 min

RUSSIAGATE/L’EX STRATEGA STEVE BANNON SOFFIA SULLA RABBIA DI TRUMP
WASHINGTON. Ci sarebbe Steve Bannon dietro la nuova aggressività di Trump verso il Russiagate, che sembra stringere sempre di più il cerchio intorno al presidente. L’ex stratega della Casa Bianca ha suggerito ad alcuni consiglieri della West Wing e ad alcuni alleati al Congresso un piano in tre mosse. La prima è la mossa del cavallo: il siluramento del numero due del ministero della giustizia, il vice attorney general Rod Rosenstein, da cui dipende il procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller. E’ Rosenstein che ha avallato anche le perquisizioni della procura di Ny, su segnalazione dello stesso Mueller, negli uffici di Michael Cohen, l’avvocato personale di Trump. Scopo dei mandati, dove il nome del presidente è citato varie volte, era acquisire documenti sui pagamenti del legale per difendere l’immagine del tycoon, come i 130 mila dollari per comprare il silenzio della pornostar Stor- my Daniels sulla sua presunta storia con Trump. Nel mirino anche il materiale sulla registrazione di “Access Hollywood”, in cui il tycoon fa commenti volgari contro le donne, vantandosi di poterle afferrarle per i genitali. Ieri è spuntato anche un nuovo paga- mento, da parte del National Enquirer, il cui editore David Pecker è amico di Trump: 30 mila dollari a fine 2015 a Dino Sajudin, ex portiere di un palazzo del tyco-on a New York, per avere i diritti sulla storia che aveva sentito sulla vita sessuale di Trump, compreso un figlio illegittimo da un’impiegata della Trump World Tower, vicino al Palazzo di Vetro. In pra- tica il tabloid comprò l’esclusiva della storia per poi seppellirla, per non danneg- giare la campagna presidenziale di Trump. Come fece otto mesi dopo versando 150 mila dollari all’ex coniglietta di Playboy Karen McDougal per comprare il suo silenzio sulla presunta relazione che avrebbe avuto col magnate nel 2006. La seconda mossa suggerita da Bannon è mettere fine alla collaborazione con il team di Mueller, interrompendo il flusso di informazioni e impedendo ai membri dello staff di farsi interrogare. La terza è esercitare il privilegio che garantisce la riservatezza dei colloqui con il presidente, rendendo nulli anche gli interrogatori già fatti. “E’ stato un errore strategico dare tutto senza il giusto processo, e il privilegio esecutivo va esercitato subito e retroattivamente”, ha detto Bannon al Wp. Non ci sono tuttavia indicazioni che Trump, dopo aver umiliato e cacciato il suo chief strategist per le sue confidenze imbarazzanti a Michael Wolff, l’autordi ‘Fire and Fury’, voglia ascoltare i consigli di Bannon o sia a conoscenza del piano. Tuttavia gli sforzi di Bannon segnala- no la crescente pressione di una influente ala della base politica di Trump per fermare Mueller, che molti alleati del tycoon pensano rappresenti una minaccia legale e politica alla sua presidenza. Lo pensa anche Trump, che avrebbe tentato di silurare il procuratore speciale per due volte ma che continua a smentire di volerlo fare: “Se avessi voluto licenziare Robert Mueller a dicembre, come riportato dal fallimentare New York Times, lo avrei fatto. Solo altre fake news da un giornale di parte!”, ha twittato. Intanto però il Senato accelera ed entro fine mese votera’ un progetto di legge bipartisan per difendere Mueller. Intanto oltre 300 mila persone si sono impegnate a scendere in piazza negli Usa per una “risposta rapida” nel caso il presidenti licenzi Mueller o Rosenstein, oppure grazi testimoni chiave dell’inchiesta. Lo hanno annunciato i promotori del sito ‘Moveon’, che ha programmato più di 800 cortei in città di ciascuno dei 50 stati americani.
















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