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Quel cinema snobbato dai critici



ADDIO CARLO VANZINA, CON IL FRATELLO ENRICO L’ITALIA IN COMMEDIA

ROMA. Non era alto Carlo Vanzina, e neppure sembrava carismatico con quel sorriso triste, i capelli a caschetto, l’aria fin troppo da bravo ragazzo stampata in faccia. Eppure se avesse fatto l’attore (un paio di camei in tutto) avresti detto che con il suo magnetismo catturava l’attenzione. In qualche modo aveva una personalità bipolare, tanto sommesso e ben educato nei modi quanto capace di intercettare la volgarità crescente del Paese e di tradurla sullo schermo grazie a una sapiente scelta di attori/maschere e alle fulminanti battute scritte in coppia col fratello Enrico in una “ditta artistica” di inossidabile complicità ed efficienza. In una carriera da 40 anni e 60 film da regista, almeno 10 di più da tecnico di cinema, 60 da cinefilo professionista, Carlo Vanzina ha avuto grandi successi, segnato un paio di generazioni, fatto la fortuna di svariati produttori, subito cocenti delusioni da tutte le età della critica. Finché non si è riscoperto il suo cinema definendolo “di culto”, sorte identica a quella toccata al padre Steno. Mentre adesso il popolo dei social rug- gisce il suo amore postumo e chiede latesta dei critici sopraccigliosi che non hanno saputo capirlo per tempo, Carlo probabilmente se la ride un po’ ricordando quando, in una delle rare sortite d’orgoglio ferito sentenziava: “Fossimo nati in America ci avrebbero venerato come Spielberg”. E non aveva torto perché Hollywood premia da sempre gli artigiani di talento, non disprezza chi sa creare formule e avere successo solo perché non ha (e forse non vuole) la patente di artista. Ma alle sottovalutazioni italiche i Vanzina erano abituati fin da piccoli. Papà Stefano, in arte Steno, oggi viene celebrato tra i padri fondatori della commedia italiana, ma nemmeno un titolo memorabile come “Un americano a Roma” o un successo sempreverde come “Febbre da cavallo” gli garantirono in vita la considerazione dovuta ai grandi. Così quando il giovane Carlo manifesta l’estro di famiglia, il padre lo spedisce a fare da assistente all’amico Mario Monicelli. La gavetta all’ombra del burbero versiliese è durissima per l’apprendista che però sarà amatissimo dal maestro. Quando tocca a lui, Carlo Vanzina trova nella complicità e sintonia col fratello maggiore la chiave per ripassare insieme i modi del cinema italiano. Tutto il cinema “dei Vanzina” è intriso dall’amore per i modelli e dalla voglia di confrontarsi con essi: il racconto a episodi in cui Steno era maestro, la satira sociale che apparteneva a Monicelli, il “musicarello” degli esordi e la commedia romantica, il giallo e il cinema di genere che mischiava cultura alta e bassa senza remore di sorta, il piacere della sceneggiatura e della battuta (romanesca) a cui non si rinuncia nemmeno in nome di un’amicizia. Come i loro padri (veri e artistici) anche i fratelli Vanzina hanno scoperto e valorizzato attori: Carlo ha debuttato con il surreale Renato Pozzetto e ha subito fiutato la vitalità del cabaret milanese da dove ha traghettato al cinema i Gatti del Vicolo Miracoli, Jerry Calà e poi Diego Abatan- tuono, due autentici dioscuri del suo successo tra “Sapore di mare” e “Eccezzziunale... veramente”. L’anno è l’irripetibile 1982 in cui esce anche quel “Vacanze di Natale” che rifà il verso a un vecchio successo di Sodi (“Va- canze d’inverno”), ma di fatto inaugura i “cinepanettoni”. Sarebbe questa la macchia sull’albo d’oro di Carlo Vanzina: aver dato vita insieme ad Aurelio De Laurentiis a quei dolci in pellicola, farciti di volgarità e risate facili che pure rimarranno parte indelebile della fotografia del Belpaese per quasi 30 anni. Con quel modello in verità “Vacanze di Natale” c’entra poco o nulla e rimane un perfetto cocktail di satira, ironia, roman- ticismo e sottile cinefilia anche con oggi, tanto è vero che i più giovani lo annoverano tra i film di culto e i più anziani si inteneriscono al ricordo della propria adolescenza. Ma non c’è dubbio che negli anni seguenti Carlo ed Enrico hanno sfruttato a piene mani il filone che si stava creando e non sempre hanno fatto centro. Forse per faciloneria, forse perché sentendosi disprezzati dagli intellettuali hanno finito per abbracciare un gusto vernacolo che non era del tutto loro, forse perché la commedia di turno garantiva la tranquillità economica per provare anche altro, fatto sta che alla fine Vanzina ha potuto divertirsi col giallo (“Sotto il vestito niente”), il thril- ler politico (“Tre colonne in cronaca”), o ancora rendendo omaggio al padre (re- make di successi come “Monnezza” e “Febbre da cavallo”). Se fosse stato più feroce nella satira, Carlo Vanzina avrebbe potuto rivaleggiare con Risi e Monicelli; fosse stato davvero cinico, avrebbe potuto inventare di più all’ombra del ventennio berlusconiano. Invece ci ha restituito il sapore di un’Italia certo becera e provinciale, ma in fondo ancora buona e con le radici affondate nel passato di un’adolescenza che non passa mai. Proprio ciò che l’Italia di fine secolo era; e forse è ancora.


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