Quel ramo (corrotto) del Lago di Como
- Redazione

- 2 giu 2016
- Tempo di lettura: 2 min
MILANO. E’ nata molto male, e sta proseguendo se possibile ancor peggio, la surreale vicenda delle paratie che dovevano servire a proteggere il lungolago di Como, tra i luoghi più caratteristici d’Italia, dalle tracimazioni delle acque del Lario e subito bocciate come un obbrobrio da cittadinanza e turisti.
Dopo le roventi polemiche su un progetto nato durante le precedenti amministrazioni di centrodestra e l’interruzione dei lavori, ora sono arrivati gli arresti di due funzionari comunali, di un professionista e di un imprenditore. Le accuse: turbata libertà nella scelta del contraente, falso ideologico e altri reati per quanto riguarda le paratie, mentre Pietro Gilardoni, dirigente di settore del Comune e l’imprenditore Roberto Ferrario sono accusati di corruzione per altri lavori: un incarico da 14.000 euro il cui primo acconto di 4.000 euro era stato pagato con bonifico a Gilardoni per ottenere il suo interessamento per “sbloccare” i lavori per l’allargamento della strada comunale
Salita Peltrera. A Gilardoni sono inoltre contestati altri episodi di turbativa d’asta in concorso con l’imprenditore Giovanni Foti riguardanti la riqualificazione di alcune vie e piazze. Il calvario delle paratie è stato ricostruito grazie alle indagini dei militari della Guardia di Finanza, del pm Pasquale Addesso e del procuratore Nicola Piacenteeancheall’Anac,l’autoritàanticorruzione di Raffaele Cantone, alla quale si era rivolto lo stesso Comune di Como, retto ora da Mario Lucini, a capo di una giunta di centrosinistra per cercare di sbrogliare l’annosa matassa.
Ed è emerso che Antonio Ferro, già responsabile unico del progetto e Gilardoni, con l’aiuto di un ex segretario generale e un legale del Comune avrebbero in sostanza “truccato” la terza variante dell’appalto, predisposta nell’ottobre 2015 e inviata all’Anac che l’aveva giudicata inammissibile. Avrebbero “spacchettato” l’appalto per affidare i lavori in maniera diretta e ciò è consentito solo al limite di 100.000 euro. La terza variante sarebbe stata adattata a favore dell’aggiudicataria dell’appalto, la società Sacaim
di Venezia. C’è poi il falso ideologico per aver prodotto false attestazioni all’Anac. Compresa quell’insistenza sulla “sorpresa idrogeologica” che non c’era, dopo aver ricevuto l’incarico dal Comune di adeguarsi alle direttive dell’Autorità. Per il giudice, “è possibile leggere nel tenore delle conversazioni intercettate o nel contenuto degli scambidimailundecisosquilibriodirelazionia tutto sfavore della stazione appaltante (il Comune ndr,), perché non è raro intravvedere nel comportamento mantenuto dai pubblici funzionari Ferro e Gilardoni un atteggiamento di quasi sudditanza nei confronti dei “dictat” e dei “desiderata” dell’impresa appaltatrice, che poco rassicura sotto il profilo della imparzialità ed autonomia del loro operato”.
Per il giudice, “non emergono motivi a sostegno dell’ipotesi che tale atteggiamento abbia a che fare con accordi corruttivi, ma si evince dagli atti un forte quadro indiziario a sostegno dell’ipotesi che l’operato dei pubblici funzionari sia stato indebitamente condizionato” dalla Sacaim, la stessa del Mose di Venezia.
















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