Revocata la libertà vigilata
- 29 nov 2017
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LA VITA FRA DROGA E PUSHER DI GIUSEPPE SALVATORE RIINA, IL FIGLIO DEL BOSS
PADOVA. Stop alla libertà vigilata a Padova per Giuseppe Salvatore Riina. L’informativa della Dda di Venezia, che ha documentato come il quarantenne corleonese fecesse vita tutt’altro che ristretta nella città euganea, tra droga e contatti con i pusher, ha convinto il Tribunale di Sorveglianza a revocare la misura per il terzogenito del “capo dei capi”, disponendo per lui un anno in colonia di lavoro, fuori dal Veneto. L’ordinanza è arrivata ieri. Secondo quanto si è appreso, Riina junior non avrebbe ancora lasciato il suo appartamento, nel quartiere Arcella. Questo in attesa che il Dap decida quale fra le quattro colonie di lavoro esistenti nel Paese - due in Emilia Romagna, una in Abruzzo, una in Sicilia - sarà la sua nuova casa. Secondo le indagini e le intercettazioni della Dda e della squadra mobile di Venezia - agli atti i tabulati di 279 telefonate con gli spacciatori - Salvo Riina avrebbe violato sistematicamente il regime di libertà vigilata, mostrando “un palese disinteresse” per le prescrizioni impostegli dopo aver scontato otto anni e dieci mesi per associazione mafiosa. Gli investigatori avrebbero documentato decine di cessioni di cocaina di spacciatori tunisini al figlio dell’ex Capo di Cosa Nostra, alcune avvenute anche in piena notte. Riina jr era stato pedinato per circa un anno dagli investigatori, che avevano potuto documentarne i frequenti contatti con spacciatori e pregiudicati. Alla fine la relazione della Polizia non ha lasciato dubbi al Tribunale sulla “pericolosità sociale” del figlio di Totò “u curtu”. Il giudice Linda Arata ha accolto in parte le richieste della Procura di Padova, che aveva sollecitato per Salvuccio una misura di tre anni in casa di lavoro. L’avvocato difensore, Francesca Casarotto, aveva domandato invece che venisse semplicemente prolungata la libertà vigilata. Riina junior si trova a Padova dal 2012, sottoposto ad un regime di sicurezza che lo obbliga a vivere in città restando in casa dalle 22 alle 6 del mattino, e a svolgere attività di volontariato. Il Tribunale di Sorveglianza si è occupato di lui già all’inizio di ottobre, accogliendo - dopo averla respinta una prima volta a giugno - la richiesta di poter incontrare il padre Totò, malato, in carcere a Parma, dove il boss era poi deceduto il 17 novembre.
















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